Ore 16, primo spettacolo, giorno feriale. Quando entro in sala, le luci sono già spente. Mi siedo al posto più vicino. Non ho modo di rendermi conto della compagnia, e neppure il tempo… La città proibita è subito lotta senza risparmio di colpi con movimenti e figure  fra danza e violenza, eleganza e ferocia in furioso ammasso di corpi da cui Xiao Mei, la protagonista, come Venere dal mare prorompe con la sua bellezza e svetta con la sua forza. Insomma, l’ambigua e cruda armonia delle arti marziali al meglio, e se Quentin Tarantino c’entra qualcosa con La città proibita è questa l’area di corrispondenza, con Yaxi Liu che ha negli occhi la stessa determinazione dolce e combattente, irriducibile, di Uma Thurman in Kill Bill.

  • Dalla Cina all’Esquilino, Mei è alla disperata ricerca della sorella Yun  sparita dopo essere finita a Roma in un pericoloso giro di traffici loschi con epicentro nel ristorante cinese “La città proibita” in piazza Vittorio, bordello e factory malavitosa del criminale Mr. Wang. Dall’altra parte della piazza, in affanno con i conti, c’è la storica trattoria “da Alfredo”, cucina tradizionale romana, conduzione familiare: marito (Alfredo-Luca Zingaretti), moglie (Lorena-Sabrina Ferilli) e figlio (Marcello-Enrico Borello).

Aggregato alla famiglia e presenza fissa in trattoria, il boss schiavista del quartiere, Annibale (Marco Giallini), che è tutt’insieme socio e amico di Alfredo, vecchio spasimante di Lorena e zio di fatto di Marcello. Annibale è speculare a Mr. Wang: nella loro contrapposizione si mescolano interessi e odio razziale. Mondi in rotta di collisione. Alfredo, Lorena e Marcello sono, invece, energia dolce (o vasi di coccio?) nel motore della variegata e squillante umanità multietnica di piazza Vittorio.

La trama, semplice e ben calibrata, tocca temi e sentimenti profondi con ripetuti ingorghi di emozioni forti, e risate. Tante risate. Ho pudore delle mie emozioni, normalmente mi contengo, ad una certa età è d’obbligo, poi in questo caso non so neppure con chi sto. La commozione nel buio non trapela, le risate sì… e intorno a me ne sento: ripetute, puntuali e sonore. Mi lascio andare anch’io, rido di gusto e penso chissà perché: Mi sa che qui sono tutti più giovani di me.

Nel gioco di contaminazioni Gabriele Mainetti è maestro (vedi Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out) e ne La città proibita con una scrittura che dice ogni cosa con il rigore chirurgico del minimo necessario (sceneggiatura, con lui: Stefano Bises e Davide Serino) ha arrangiato i vari strumenti (dall’action di genere, al giallo, alla denuncia…) nella chiave musicale della leggerezza della commedia. Con un picco lirico di quelli che slargano il cuore e ti fanno amare ancor di più la vita.

  • In Vespa come Nanni Moretti, ma non è la Garbatella o il Tufello, né c’è malinconia e disincanto. A passeggio tra la storia in centro, ma non è Jep Gambardella, e non è l’alba solitaria e penitente di sguaiati fasti mondani. È gioia pura, incanto vero, inno alla bellezza. Mei in Vespa come Anita Ekberg nella Fontana di Trevi: stesso stupore innocente per un’inattesa meraviglia. Una scena che non dimentichi più.

Poi si accendono le luci, incrocio di sguardi: tutte facce soddisfatte e appagate, tutti pronti ad una standing ovation, ma non scatta il primo applauso. Che è ‘sta ritrosia? Un lampo: cavolo, forse il più giovane sono io. In effetti a quest’ora, in un giorno feriale… c’era da aspettarselo. Vabbè, allora l’applauso (cumulativo, interpretazioni splendide) a Mainetti e al film lo faccio così: fino a casa ho almeno venti minuti di strada a piedi e tutto il tempo lo passo al telefono per dire in breve agli amici quel che ho scritto fin qui.

La città proibita, di Gabriele Mainetti, con Yaxi Liu, Enrico Borello, Sabrina Ferilli, Marco Giallini