Uguali ma opposti. Yin e yang. Siamo questo e siamo quello. Siamo L’angelo nero e siamo Requiem. Nella grande letteratura, come quella di Antonio Tabucchi, c’è sempre qualcosa di noi.Nella mia libreria L’angelo nero e Requiem sono sempre stati uno a fianco all’altro, gomito a gomito. Stesse dimensioni, formato piccolo de I Narratori Feltrinelli. Stesso numero di pagine, poche, 152 e 142. Simili le immagini di copertina, entrambe di delicata vivacità. E poi, tutti e due pubblicati nel 1991, il primo in Italia, l’altro in Portogallo, scritto dall’autore in quella lingua e poi tradotto nella nostra l’anno successivo da Sergio Vecchio.
Le differenze. Quelle formali. L’angelo nero è un libro di racconti, sei. Requiem un romanzo breve ma con tanti personaggi, molti di più dei racconti del primo, ben ventitré, presentati in ordine di apparizione in una pagina introduttiva. Per le differenze sostanziali parola all’autore, che incontrai non ricordo più dove (per fortuna nastri e scritti resistono più della memoria).
L’angelo nero e Requiem sono ispirati da due stati d’animo molto diversi, addirittura opposti. Che cos’è cambiato tra un libro e l’altro? «L’angelo nero è un incubo vissuto con tutta lucidità, perché è uno sguardo impietoso e magari feroce sul lato negativo delle cose. Direi che è il mio libro più razionale, perché il più attento e scritto con gli occhi spalancati. In Requiem c’è forse un abbandono: un abbandono alla memoria, al sonno, al sogno, all’onirico, a quella parte di noi che vaga con l’immaginazione e con la fantasia. Proprio per questo gli ho messo per sottotitolo un’allucinazione. Lo stato d’animo che in esso predomina è più solare perché è un’allucinazione meridiana, secondo la tradizione classica, quando i fantasmi apparivano a mezzogiorno. Devo dire che scriverlo mi ha appagato e forse consolato di più che scrivere L’angelo nero. Non certo perché sia un libro consolatorio ma perché è più libero come lo sono le libere associazioni dell’inconscio.»
Eppure in una delle prime pagine del racconto d’apertura de L’angelo nero c’è scritto: «La sera è bello scrivere un pezzo assurdo ma logico che le voci degli altri ti hanno regalato…». L’angelo nero comincia, dunque, proponendo un’immagine tranquilla e pacificata dell’attività narrativa, ridotta a semplice montaggio e rielaborazione degli spunti raccolti passeggiando per le vie del centro in una domenica di primavera inoltrata («un piccolo gioco segreto e quasi infantile»). E prosegue, invece, mostrando tutta la lacerante complessità di questo lavoro che – dice il racconto – finisce sempre e comunque con l’impegnare chi ne è coinvolto in un crudele e cruento duello con se stessi.
Come un novello apprendista stregone il protagonista della storia finisce, infatti, per evocare alcuni lontani fantasmi del proprio passato perché «quello che è stato torna, bussa alla nostra porta, petulante, questuante, insinuante. Spesso reca un sorriso sulle labbra, ma non bisogna fidarsi, è un sorriso ingannatore». Altre voci, dunque, portate questa volta da chissà cosa, come «una ferita che duole all’improvviso», si intrecciano con quelle raccolte per strada tra gli ignari passanti e riaffiora una vicenda vecchia di anni (il cui drammatico esito a noi è dato solo intuire, come il resto).
Questa volta, quindi, per il protagonista del racconto non è possibile la freddezza e il distacco del «chirurgo che con le pinze prende un brandello di tessuto e lo isola». Né basta l’immaginazione per trovare quella risposta che sempre manca; quel perché nel quale è racchiuso il senso di un’esistenza. Nel frattempo è cambiato anche il paesaggio e la domenica di primavera inoltrata ha ceduto il passo ad un pomeriggio buio e tempestoso; la passeggiata iniziale è diventata una corsa affannosa verso la torre più alta della città: quello che doveva essere solo un gioco diventa la tragica scoperta di un’inconfessata voglia di suicidio.
In un altro racconto (il quinto) Tabucchi ritorna sui due temi della memoria e della scrittura, ancora una volta strettamente collegati tra loro. Questa volta il protagonista è un vecchio poeta (sicuramente Montale, ricordato anche nella nota introduttiva) incalzato dalle petulanti e interessate attenzioni di una giovane ammiratrice. A lei, dunque, l’anziano e famoso scrittore affida le sue ultime poesie: da pubblicare postume, cinque per ogni anno fino al totale di venti. Ma quello che apparentemente è solo un ingenuo indulgere a senile vanità, in realtà è un ingegnoso scherzo, una derisione della nostra incapacità di percepire il senso vero della scrittura, che il vecchio poeta sa bene consistere in un disperato, inesausto e indicibile tentativo di abbracciare la vita nella sua totalità. Un tentativo vano e perciò «la poesia è solo un abbaglio, ogni scrittura è menzogna, un peccato contro se stessi».
C’è, dunque, ne L’angelo nero, un senso amaro della vita che si insinua nell’animo del lettore con la naturalezza di un respiro; un senso amaro e straziante per nulla mitigato dalla ribadita capacità di Tabucchi di articolare le sue storie in strutture letterariamente molto complesse con originali e folli invenzioni, andirivieni nel tempo, voci e vicende che si rifrangono e riproducono incessanti: come un moto perpetuo in un labirinto senza uscite; un buio tunnel in fondo al quale non ci sono che angeli neri. E gli angeli neri «non hanno soffici piume, hanno un pelame raso, che punge».
Requiem, invece, è come dopo un incubo notturno spalancare le finestre in un fresco mattino di primavera, e poi uscire di casa… ma con i propri morti, e fare con loro lunghe passeggiate per le strade della città amata parlandogli in una lingua discreta e appartata, diversa da quella invadente e logora della quotidianità perché solo così, nella riconciliazione con la nostra memoria, forse troveremo quella pace che invano cerchiamo chissà dove.
Antonio Tabucchi, dunque, ha dedicato un requiem ai propri fantasmi: in portoghese, lingua per lui «di riflessione ed affetto» e, quindi, la più appropriata per «un’orazione laica», per un commosso e solare «omaggio» ai propri fantasmi, incontrati per le strade di Lisbona in una torrida giornata di fine luglio.
Ma trova il protagonista la pace che cerca? Queste furono le parole di Antonio Tabucchi: «Non so se egli riesca a trovare una pace. So che vuole placare persone e cose che non esistono più ma lo perseguitano nella memoria; che vuole tranquillizzarsi, avere familiarità con essi e che riesce infine a dar loro una buonanotte e ad addormentarsi sotto un gelso in campagna. Il fatto di parlare con i morti è già di per sé tranquillizzante perché porta pace alle nostre memorie.»
Ma qual è l’enigma della propria vita intorno a cui si affanna il protagonista, invano cercando una risposta dai suoi morti? «Io non so spiegare gli enigmi della vita. Penso peraltro che la vita ne abbia molti e che non sia compito dello scrittore scioglierli. È compito dei filosofi, dei religiosi, degli psicanalisti forse. Uno scrittore come me agli enigmi può solo girare intorno, magari individuarli, indicarli al suo lettore. Ma non è possibile avere una funzione stregonesca. La letteratura è solo una fioca luce che può indicare una strada.»
Oltre agli incontri cercati e voluti ce ne sono altri occasionali ma non meno importanti. Quale valore essi hanno nell’economia del racconto? «I vivi, in un’allucinazione come è il mio libro, sono posti sullo stesso piano dei defunti. Ho scelto, a rappresentare i vivi, il popolo minuto di Lisbona, la gente semplice, quella che conosce il valore della vita di tutti i giorni, della quotidianità. Volevo dare al mio libro un’andatura, anche musicale, di grande semplicità e perfino di modestia. Per questo parlo nella mia nota della musica che viene dalla strada. Insomma, volevo che il mio protagonista incontrasse i suoi cari scomparsi in un contesto di normalità, di affetto, di semplicità. E non in un’atmosfera rarefatta, letteraria e fantastica.»
Nonostante i toni smorzati e apparentemente dimessi, tutti i suoi lavori sono costruzioni letterarie complesse… «Bisogna però convenire che questo mio requiem non è un libro solenne. In tal senso non è celebrato in una cattedrale, seppure letteraria. È un requiem che si svolge per la strada e ne accoglie la musica dimessa di tutti i giorni. Per quanto conservi nel numero dei capitoli e forse in altri luoghi la forma del requiem musicale, si tratta pur sempre di un requiem cantato in sordina, forse addirittura fischiettato. Non credo che i miei lavori siano costruzioni letterarie molto complesse: diciamo piuttosto che posseggono la complessità del caso, perché molti di loro sono nati in situazioni casuali e assolutamente non progettuali. Quando comincio a scrivere non so mai come e dove finirà l’avventura: mi lascio trasportare dalla storia, e spesso è lei che si racconta. Questo può dare a volte l’impressione di una certa complessità: ma forse è più apparente che reale. Diciamo che è complessa come la vita.»
I vari incontri sono quasi sempre accompagnati da lauti o raffinati pranzi tanto che il libro è quasi un itinerario nella cultura gastronomica portoghese. Com’è nata e che valore ha quest’associazione all’apparenza stravagante? «L’associazione è stravagante solo apparentemente: se ci si pensa bene, da un punto di vista antropologico, specie in una cultura mediterranea come la nostra (mi riferisco ai tempi andati, ovviamente), la morte è assai collegata con il rituale della nutrizione. Morte e cibo, la vita che continua, che si confronta con la vita che è cessata; morte e scongiuro apotropaico, celebrazione della stessa morte… E poi: quando, come me, si ha un rapporto molto stretto con un paese e con un popolo, questo rapporto passa anche, e forse soprattutto, attraverso la conoscenza della cultura materiale. Ho fatto un omaggio alle tradizioni gastronomiche portoghesi, anche questa è una forma di celebrazione di un paese che si ama.»
Nell’incontro finale con Pessoa il protagonista gli rimprovera diverse cose. Oltre alla reciproca inquietudine e all’ammirazione che la uniscono, che cosa invece la divide da Pessoa? «Il protagonista del mio libro, in maniera peraltro ironica, rimprovera al grande protagonista delle avanguardie storiche di essere responsabile di ciò che oggi viene chiamato per comodità postmoderno. Perché le avanguardie storiche sono state responsabili di una rottura, hanno turbato un equilibrio, si sono fatte portatrici di un turbamento nel panorama estetico (e non solo estetico). Pessoa è vissuto all’inizio del secolo; è morto nel 1935, ma la sua avventura artistica è maturata durante il periodo della Grande guerra. Da lui mi dividono molte cose e principalmente una successiva guerra che ha come spezzato il secolo in due tanto da far dichiarare a qualcuno che ormai dopo Auschwitz non era più possibile scrivere poesie. Noi, uomini della fine del secolo e del millennio, abbiamo continuato comunque a scriverle: ma le nostre certezze sono più deboli, si sono infrante: anche fare l’avanguardia oggi non è possibile con lo stesso spirito con cui hanno operato quelle storiche. Di esse noi siamo i discendenti ma non ne abbiamo né la baldanza né l’arroganza. Insomma, il dialogo che si svolge tra il mio protagonista con il suo convitato nell’ultimo capitolo, è un dialogo fra un nonno e un nipote.»
Ma che cosa l’ha sempre tanto affascinata del Portogallo, della gente e della cultura lusitana? «Il Portogallo mi piace, mi è sempre piaciuto, fra noi c’è stato un incontro. Non si riesce mai a spiegare bene le cose che piacciono. Dirò che i portoghesi sono un popolo che ha girato le spalle alla terra e che si è buttato nel mare, che è un popolo che mantiene la parvenza di una grandezza perduta e che conserva un sogno nello sguardo. Che è un popolo accogliente, lontano da ogni forma di razzismo, aperto all’altro e al diverso. E che è anche un popolo calmo, che dà tranquillità e sicurezza. I portoghesi raramente fanno domande, sono persone schive e riservate. Con questo tipo di persone io mi sento a mio agio.»
Dice Pessoa del padre che era un simbolo e che è bello vivere con i simboli. Quali, invece, sono stati o sono i simboli con i quali a lei piace vivere? «Io non ho un rapporto simbolico con il mondo. E non so se in effetti sia bello vivere con i simboli come dice il mio personaggio. Nonostante tutto credo di essere uno scrittore realista ma metterei l’aggettivo fra virgolette. Simboli e simbologia portano inevitabilmente ad una lettura esoterica della realtà che non è la mia lettura. Come scrittore credo naturalmente che la realtà nasconda qualcosa e che bisogna indagare sotto la scorza del reale ma non credo di poterlo fare usando una metodologia simbolista.»
Lei attribuisce molto valore alla memoria e parla della letteratura come «memoria lunga». Ma rifugiarsi nella memoria alla ricerca dei propri fantasmi è anche un modo per sfuggire o rifiutare la realtà del nostro tempo. «Della realtà del nostro tempo possono parlare con grande efficacia i mass media e in particolare la televisione. Non voglio fare concorrenza ai reportage, credo che questo non sia il compito della letteratura. Semmai la letteratura oggi deve cercare di sbirciare dietro l’angolo, arrivare dove non arriva l’occhio della telecamera: che inquadra soltanto in maniera diretta e perpendicolare davanti a sé. Per fare questo, a differenza dei mass media, che danno risposte, la letteratura deve porre delle domande, insinuare dei sospetti, inquietare le coscienze. Forse, così, inquietando, la letteratura può continuare a tenere sveglia la mente e l’anima».
Che cosa di esso la inquieta o irrita maggiormente del nostro tempo? In che modo si difende? «Dire cosa mi irrita del nostro tempo richiederebbe una lunga lista. Diciamo che il nostro tempo mi fa paura, ma che tutto sommato non vedo un’altra epoca nella quale mi sarei sentito a mio agio. Dunque tanto vale vivere in quella che la sorte mi ha dato. Mi difendo come si deve difendere uno scrittore che prima di tutto pensa a scrivere: cioè vivendo appartato ma con un occhio vigile su ciò che succede.»
parte seconda, continua – https://bit.ly/4r6R6RI
(parte prima, https://bit.ly/4bYwbLS, )
