Questa feroce bellezza del pugliese Giuseppe Galliani è lotta di uomini contro lupi, e lupi famelici non sono solo gli animali.Pur nella loro assoluta e vitale contemporaneità, personaggi e azioni si stagliano sulla pagina con l’evidenza di puri archetipi. Questa feroce bellezza è romanzo epico, stavamo per scrivere poema.

Siamo in uno spazio sconfinato, nell’Alta Murgia tra la Valle del Bradano e il mare della Salina dove danzano i fenicotteri. I luoghi non hanno nomi propri, valgono per quel che sono dalla notte dei tempi. La Fossa è la pianura ed è regina della storia con la sua gariga e la corona di spine degli altipiani e le gemme di laghi, boschi, fiumi e isole. La suggestione del paesaggio è nel minuto e impeccabile rigore delle descrizioni, che svelano allo sguardo ammirato di chi legge l’infinita ricchezza della natura.

Il concavo cielo in alto, con il suo pianto di stelle, è controcanto poetico di efferate vicende: «Era una terra popolata di demoni che vivevano nascosti tra gli uomini… Udì gli ululati dei lupi sulla steppa e il vento che sollevava cespugli di aneto. L’alba sarebbe giunta tra poco, ma il freddo continuava a stringere i fusti delle ferole, facendoli esplodere come scheletri su un camposanto».

In questo spicchio di mondo primigenio «per esseri ostinati: sementi trasportate dal vento capaci di radicarsi tra i calcari», si susseguono rade, a grandi intervalli, le masserie degli allevatori popolate da famiglie compatte come clan e dai loro pastori e tuttofare. Una è romena, un’altra albanese. Si chiamano Bunget e Mahmuti. I primi si sono guadagnati spazio e rispettabilità con il sudore del lavoro. Gli altri hanno accumulato soldi e potere con traffici criminali. Attorno a loro e a chiunque possa garantire qualche soldo, s’aggirano e stentano lavoratori arrivati da ogni dove. C’è il gigante africano Francis che mentre pulisce i cessi sogna un pianoforte e dopo il lavoro accudisce il padre allo stremo. C’è il russo Anatolij che, a furia di essere chiamato Majakosvskij, benché analfabeta, di quel poeta ha imparato a memoria i versi.

  • Nel romanzo le partizioni morali sono nette, i cattivi lo sono fino ad una violenza tronfia e sadica. Per difendersi e vendicarsi, anche i buoni sono pronti ad ammazzare. Poliziotti corrotti, killer, capi cosca, soldati di ventura, caporali e bracconieri oppure madri e mogli laboriose e amorevoli, insegnante carismatica, ragazzini smaniosi di avventurosa libertà, giovane donna profuga miracolosamente salva: quale che sia il loro ruolo, tutti i personaggi hanno l’indiscutibile forza di un’assoluta credibilità letteraria.

Ancor di più il protagonista, Ian Dabrowski, tenente della Forestale. Chi non lo ammira, lo rispetta. Il parco è la sua terra. Il suo paradiso. Viene da Tubinga. Ha moglie e due figli adolescenti, vivono in una roulotte in attesa di sistemare casa in quello stesso appezzamento fuori dal paese. Nelle prime pagine Ian sa di un tumore che gli sta mangiando le ossa. Per tutta la storia sarà il suo compagno segreto.

  • È un inverno rigido di nevicate ripetute e abbondanti. Dagli Appennini sono scesi i lupi a caccia di carne, affamati come loro e altrettanto voraci anche cinghiali e cani randagi. Su un isolotto vicino a un capanno viene trovato impiccato un dodicenne. Un piccolo angelo sbarazzino. Lo sanno perfino i lupi, che proteggono il suo cadavere dalla fauna selvaggia. Suicidio, si affretta a dire il Comandante della polizia. Non ci crede nessuno. Non ci crede Ian. Intanto, in una cava abbandonata, due bande criminali stanno per concludere una vendita colossale di droga. All’improvviso un’imboscata. È strage. Uno si salva. Scatenerà l’inferno. Ci saranno morti atroci che fanno rabbrividire e vergognare della specie umana ma anche squarci di tenerezza come arcobaleni.

Questa feroce bellezza è romanzo che si legge due volte: la prima, velocemente, tentando di scavalcare la storia per arrivare il prima possibile alla conclusione; la seconda, lentamente, per godere tutta la bellezza adocchiata correndo tra le pagine. Nell’estremismo sentimentale e letterario di Giuseppe Galliani c’è la sfacciata innocenza di chi racconta con lo stesso amore con cui, in silenzio, coltiva la terra. Questa feroce bellezza è un esordio al di là della riga del tempo, già nella schiera delle leggende.

Giuseppe Galliani, Questa feroce bellezza, Einaudi