Georges Simenon non finirà mai di stupire. È da poco in libreria La vecchia, romanzo del 1959 tradotto da Simona Mambrini e pubblicato solo ora per la prima volta in Italia, come sempre da Adelphi. Per noi, a tutti gli effetti un inedito. Insomma, abbiamo pescato un jolly. Dunque, godiamocelo, perché si tratta dell’ennesimo capolavoro del grande scrittore belga, autore in sessant’anni di 400 o forse 420 libri, di cui più di cento con protagonista il commissario Maigret.
- La vecchia è un romanzo da camera con affaccio su Notre Dame. A contendersi la scena, nel signorile appartamento al quinto piano di un palazzo storico (perciò senza ascensore) nell’Île Saint-Louis, quattro donne. Sophie Émel, padrona di casa, ventisette anni, affermata paracadutista, pilota, spirito inquieto, alcolizzata, compagna di letto di giovani donne sbandate che di volta in volta ospita nella propria casa, come Léila, ballerina e cantante in cerca di fortuna in un night nei pressi degli Champs-Élysées. Louise, domestica, inappuntabile e servizievole ma implacabile nella videosorveglianza delle dinamiche della casa.
Infine l’ultima arrivata, Juliette, nonna di Sophie, da tempo lontana dalla famiglia, praticamente desaparecida, ritrovata dalla nipote in modo del tutto fortuito. Il palazzo in cui Juliette, vedova, vive da sola, non proprio agiatamente, deve essere demolito, ma lei, ultima inquilina, non vuole lasciare la propria abitazione, minaccia di buttarsi dalla finestra in caso di sfratto e ricovero forzato. Il commissario che dirige l’operazione scopre per caso la parentela con Sophie e, quindi, chiede a quest’ultima di intervenire. Sophie, senza troppo riflettere, offre ospitalità alla nonna, che infine accetta e si sistema con le sue cose in una cameretta inutilizzata dietro la cucina.
- Il patto è chiaro: Sophie continuerà senza remore la vita di sempre, la nonna assicura discrezione e grata benevolenza. Nella casa nulla cambierà. Facile a dirsi. Di fatto comincia una guerriglia psicologica, prima con le sottigliezze della diplomazia e movimenti in ordine sparso, poi con alleanze e contrapposizioni e bordate niente male. Coinvolte tutte e quattro le donne, nessuna assolta. La chiave narrativa è il giallo: chi soccomberà? L’anticonformista e nevrotica Sophie? La vecchia e provata Juliette? La remissiva e fragile Léila? L’enigmatica e vigile Louise?
Estraneità è parola chiave del romanzo. Di contro, la casa, agognata o posseduta, è rifugio, anzi trincea. Juliette: «Ribadisco, il fatto è che lo amavo, ero sua moglie da qualche ora eppure sapevo già che ero legata a un essere che non avrei mai conosciuto e che non avrebbe mai conosciuto me».
Estraneità estrema, anche fra madre e figlia. Lo stesso sentimento confessa Sophie nei confronti della sorella gemella e dei genitori. Nonna e nipote provano ad avvicinarsi ma quanto più si aprono l’una con l’altra e si scoprono uguali, tanto più sentono il bisogno di ferirsi. Il passato familiare è terra straniera e inospitale: ricordi, scoperte e sfumature sono cocci aguzzi di bottiglia. Léila sente allentarsi il legame con Sophie. Louise è sensibile alle sirene di Juliette. Tutto precipita.
- Simenon è implacabile. Il suo metodo è maieutico: la storia emerge con prepotenza da dialoghi serrati ma via via che avanza la verità svanisce nelle ombre del grigio inverno di pioggia e neve di Parigi. Nessuno è migliore degli altri. Tutti sono innocenti delle proprie colpe, ancorché gravi: «Non aveva sostenuto che alla fin fine era la stessa cosa, lo stesso sintomo di debolezza, insomma? Si prende perché si è deboli. Si dà per convincersi di essere forti, dunque anche perché si è deboli». Ogni bilancio è in rosso, nessuno è in pace con se stesso.
I romanzi di Simenon sono investigazioni morali che squarciano il velo variopinto di ipocrisie, alibi, apparenze e illusioni e in poche parole vanno dritto al cuore della natura umana, come in queste battute da capogiro fra Sophie e Juliette: «… In realtà io di amiche praticamente non ne avevo. Mi credevo diversa». «Tutti pensano di essere diversi. Anch’io. E pure la ragazza che abbiamo visto dabbasso. E la vecchia con il cane che parlava da sola. Persino Léila! Sono sicura che tu continui a crederti diversa». «E tu?». Juliette si strinse nelle spalle. «Non credere che invecchiando si impari qualcosa!».
Georges Simenon, La vecchia, Adelphi, traduzione di Simona Mambrini
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