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La violenza che piove dal cielo sotto forma di bombe e droni è prima di tutto nelle parole, nei giudizi. Nello sguardo. Nella nebbia dei cuori. La via della pace è ascoltare gli altri, aprire gli occhi sul mondo. Cercare di capire, prima di agire. Il grande nemico è la spocchia, che non è solo consustanziale all’ignoranza e a gran parte del complesso politico-industriale, ma è anche lato oscuro della cultura, sua antimateria o kriptonite.

«Allora viene anche la voglia di scusarsi con tutti: scusate la nostra presunzione, scusate i nostri discorsi, scusateci di aver creduto che voi siate un pugno di mosche su cui sputare le nostre sentenze. Scusate, scusate, noi siamo inetti e smemorati…»

Sono parole di Gianni Celati tratte da Verso la foce e, chiacchierando, così me ne spiegò il senso in un’intervista, in quel lontano 1989, anno di transizione dalla Guerra fredda a due alla Guerra multipolare a pezzi: «Gli uomini di cultura, i politici, gli scienziati, i sociologi ma anche i giornalisti e gli scrittori hanno sempre una veduta dall’alto delle cose, il che significa poco rispetto per la gente che abita i luoghi e tanto più i luoghi di cui non si sa molto. Si spiega ogni cosa con schemi generali come se conoscessimo già tutto della vita umana e non ci fossero più misteri. Questo è un atteggiamento da colonizzatori. Di ciò dovremmo scusarci con la gente».

  • Lui aveva fatto di più e di meglio: non si era preoccupato della gente che lo guardava come «un tipo strano» ed era andato per le strade, taccuino e penna alla mano, a prendere appunti sul campo, in momenti e luoghi precisi, «come un vecchio disegnatore che va in giro a fare degli schizzi… perché noi non osserviamo mai quello che succede intorno e diamo sempre tutto per scontato. Così ho cominciato a girare con un gruppo di fotografi che studiavano il nuovo paesaggio italiano. Ho visto come facevano loro e poi sono andato per conto mio».

Da questa esplorazione diretta della pianura padana nacquero, quindi, i quattro racconti di Verso la foce ma anche Quattro novelle sull’apparenza, 1987, e prima ancora Narratori delle pianure, 1985, che interruppe un silenzio di sette anni. Ci sono stati, dunque, sette anni di silenzio (dal ’78 all”85) nella produzione di Gianni Celati. E sarebbero potuti essere molti di più.

Secondo Celati, infatti: «Talvolta gli scrittori pensano di consegnare dei messaggi all’eternità. Io credo che questo atteggiamento sia stupido e presuntuoso. L’unica cosa di cui sono sicuro è che per il mondo ha ben poca importanza che io scriva o meno. Si può benissimo stare zitti, non c’è niente di drammatico».

Certamente, però… Però sarebbe stato un tiro mancino se l’autore di tre romanzi come Le avventura di Guizzardi (’72, premio Bagutta), La banda dei sospiri (’76) e Lunario del paradiso (’78) avesse proseguito nel suo silenzio. Quei tre romanzi, poi raccolti in un unico volume Parlamenti buffi, evidenziarono subito un grande talento narrativo. La scrittura di Gianni Celati ha l’inconfondibile caratteristica della leggerezza, della grazia arguta e irriverente e ciò gli ha consentito di affrontare con grande disinvoltura anche temi e situazioni aspre, perfino scabrose.

  • Ne La banda dei sospiri, per esempio, i problemi familiari (esasperati anche dalle difficoltà economiche), le prime pulsioni sessuali, il non facile impatto con la scuola e la società di un adolescente degli anni cinquanta sono raccontati con tale aria scanzonata e tono ironico che, senza nulla togliere a certa crudezza dei fatti, la narrazione fila sempre via liscia con grande divertimento del lettore. E pensare che nei cosiddetti anni di piombo di quel decennio gli stessi temi erano motivo di violente rivolte e forbiti proclami. Oggi questi ultimi sono talmente invecchiati da sembrare ormai ingombranti e decrepiti relitti di un remoto passato mentre i racconti di Gianni Celati mantengono intatta la loro pungente freschezza.

Gianni Celati è stato maestro di una generazione. Raffinato traduttore dall’inglese (Swift, Melville, Joyce, Twain), professore al Dams di Bologna ha avuto tra i suoi allievi Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Enrico Palandri, Giacomo Campiotti, Gian Ruggero Manzoni, Andrea Pazienza, Freak Antoni. Per non dire dell’allegra combriccola di gente amena (Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e Ugo Cornia) con cui disputava di avventure e poemi cavallereschi con l’accanimento dei tifosi di calcio.

Il fatto è che Gianni Celati più che le ideologie ha sempre avuto presente i narratori di un tempo (da Folengo a Ruzante a quelli farseschi delle novelle tradizionali, per non dire del suo mito assoluto, Ludovico Ariosto) e quando poi ha deciso di raccontare lo ha fatto unicamente pensando al piacere che questa attività (narrare: ovvero fare parlamenti) può procurare a chi scrive e a chi legge.

Ciò spiega anche la facilità con cui Celati sia riuscito a trasgredire, a piegare la lingua alle esigenze della narrazione senza mai scadere in un artificioso e intellettualistico sperimentalismo. La banda dei sospiri, per esempio, ha quasi il candore linguistico di un ragazzino e merita davvero il sottotitolo che porta: Romanzo d’infanzia. Pur nell’ovvia diversità, le stesse considerazioni valgono per Le avventure di Guizzardi (ispirato a certe figure comiche del cinema muto) e Lunario del paradiso (che ha per tema, invece, le migrazioni giovanili all’estero negli anni cinquanta).

«La scrittura è un artigianato destinato a scomparire perché richiede un orecchio fine per la musica delle parole, anche quelle che ci vengono in mente o i toni con cui la gente usa le parole. Oggi, invece, si tende a guardare lo scrittore come un fenomeno da baraccone o da televisione: non si ascoltano le sue parole ma si guarda lo spettacolo che ci dà. C’è, quindi, un abbandono generale delle tradizioni di scrittura: tra i romanzi che si scrivono in Italia e quelli americani non c’è nessuna differenza, sono tutti uguali come le patatine nel sacchetto di plastica.»

Dopo sette anni, dunque, Gianni Celati tornò a pubblicare e lo fece con lavori apparentemente molto diversi dai primi: non più racconti immaginosi ma rielaborazione di storie varie raccolte in diversi luoghi (Narratori delle pianure), talvolta approfondite per la loro rilevanza simbolica (Quattro novelle sull’apparenza) e, infine, un vero e proprio diario di viaggio (Verso la foce). Tutti e tre i libri furono il frutto di un paziente, laborioso e umile lavoro di osservazione del mondo esterno e di ascolto degli altri.

  • Il tono comico e ironico dei primi romanzi cedette, quindi, il passo ad uno più dolente ed amaro. L’ambientazione, la pianura padana. Il tema, la solitudine urbana che come una piovra estende i suoi tentacoli sulla campagna circostante e tutto travolge nella sua ottusa marcia: cancella i profili antichi del paesaggio e inchioda la gente ad una vita «piena di pena», per nulla alleviata dagli orpelli della vanità (come «i nanetti di Walt Disney» davanti alla porta di una villetta). Anche in questo contesto, però, Celati si muove con la consueta leggerezza e, come una silhouette tra la nebbia, taccuino e penna alla mano, cerca storie da narrare, particolari da osservare.

Forse sperduto come i bambini pendolari di uno dei primi racconti di Narratori delle pianure che «avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovare niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di tornare a casa dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così». Il sospetto è di molti ma quando qualcuno lo esprime con tanta schiettezza e semplicità non fa quasi più paura.

Nato per caso a Sondrio, l’attenzione di Gianni Celati per la sua terra Padana non era però esclusiva: «Mi piacerebbe un giorno – mi disse – fare un lavoro dalle vostre parti. A luglio, per rifugiarmi dal caldo, sono stato a Monopoli in una villa settecentesca bellissima ed ho girato per la vostra regione. Sono stato molto colpito da Bari perché è una città dai forti contrasti. La tangenziale è enorme, il traffico molto violento, notevole quindi l’espansione della città macchinistica. Tutt’intorno, però, la campagna è rimasta come nell’Ottocento, con fattorie, terre e oliveti che sono cose ormai arcaiche. Questi contrasti sono importanti da osservare perché normalmente si pensa solo per modelli: quello più avanzato, quello più arretrato… Io non credo a questo, credo all’eterogeneità dove tutto può stare assieme».

Nella pianura padana, invece, questa eterogeneità non c’è più. Vero?

«No, non c’è più, sta scomparendo. La pianura padana è una zona socialmente terremotata. È difficile distinguere qualsiasi cosa. Tutto sembra affogato in una melassa industriale. Il paesaggio è stato distrutto e credo che questo disfacimento dovuto alla ricchezza non abbia paragone in tutto il mondo. Dalle vostre parti, invece, l’eterogeneità di cui parlavo si vede molto bene. Anche la tv, per esempio, non ha vinto così clamorosamente come altrove e la gente sta ancora insieme per strada la sera. Questa almeno è stata la mia impressione passeggiando a Monopoli o a Trani.»

Non c’è proprio scampo?

«Se noi vedessimo la caducità del mondo, sentiremmo affetto per esso e, finalmente, ce ne prenderemmo cura. Tutte le cose, e non solo le piante, i fiori o i boschi, hanno bisogno della nostra cura proprio perché caduche. Il mondo ha bisogno del nostro affetto e della nostra cura e non dei nostri progetti o deliri economici.»

Fu davvero piacevole ascoltare Gianni Celati in quella saletta della piccola pensione nei pressi di piazza Cadorna, a Milano. Quell’unico nostro incontro ancora la ricordo perché Celati parlava con convinzione ma in modo garbato, quasi sommesso.

C’era forza nelle sue parole ma anche tutto il disincanto di uno che aveva scritto: «Tu non sei mica il padrone d’una più giusta visione del mondo, non sei padrone di niente… e le tue parole sono quelle degli altri, emissioni di fiato… Tempo che passa».

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