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Kumquat è un backstage della Guerra fredda con botto finale sul presente.
«Il kumquat è un arbusto importato dal sud est della Cina. Significa “arancio dorato”, ma noi lo chiamiamo mandarino cinese. È l’agrume più antico, già conosciuto ai tempi dell’imperatore Ta Yu, tra il 2205 e il 2197 avanti Cristo. I frutti si mangiano con la buccia e tutto. Sono ricchissimi di vitamina C, di sapore dolce-amaro, squisiti sotto spirito o in marmellata.»
Kumquat, titolo del nuovo romanzo di Enzo Verrengia, ha radici a Tijuana ma più che alla città messicana assomiglia a San Severo, vertice alto del Tavoliere, fucina di talenti (Nino Casiglio, Andrea Pazienza e, appunto, Enzo Verrengia, vecchio sodale del compianto) e torrida (in estate temperature di 40°) enclave criminale sull’asse Foggia, Gargano, Cerignola.
A Tijuana «la vita sociale si fa con la guerra per bande. Fra associazioni di notabili, correnti di partito e pregiudicati. Per chi vuole viverci e operare, è difficile individuare il capitano di ventura cui aggregarsi. Uno sbaglio e si finisce nel ripostiglio. O al camposanto».
Kumquat ha rami fitti di storie che cominciano in Italia al tempo delle utopie e lotte rivoluzionarie degli anni sessanta e arrivano fino all’import-export contemporaneo del malaffare globale. Kumquat è romanzo dai forti sentori di antropologia, storia, geopolitica: in una parola, cultura, che fa sempre rima con lettura, ancor di più nel caso di Enzo Verrengia, lettore onnivoro oltre che autore versatile, dalla narrativa alla saggistica al giornalismo.
- Al centro della scena la famiglia Laviati, una lobby tumorale politico-finanziaria con metastasi diffuse nel corpo sociale. Don Giosuè Laviati è il patriarca, feroce signorotto del feudo locale, accudito da Lea, un po’ cugina (del ramo povero), un po’ (inquieta) perpetua total body con compiti di videosorveglianza del territorio. Quindi, Emanuele e Davide, fratelli minori, e Augusto De Loia, fratello di fatto: per tutti e tre, prima la goliardia universitaria poi quattro quinti di nobiltà extraparlamentare fino ai prodromi brigatisti del convegno di Pecorile nel Settanta; infine, i primi due colletti bianchi alla slot machine degli affari di Zurigo, l’altro funzionario dell’ONU.
Battitore libero, inafferrabile come certe particelle subatomiche, Giorgio Castaldo: troppo educato, forte (laurea in Scienze motorie) e intelligente per essere un semplice e innocente insegnante precario di sostegno… infatti, ogni tanto sparisce per settimane o mesi, nessuno sa dove vada, torna abbronzato ma non è stato al mare. Chi gli paga questi viaggi? Dove va, cosa fa? Quale motore immobile lo muove? E perché? Benché vigile e gelosa, non sa nulla neppure Laura, sua compagna, bella come una dea mediterranea, un amore che sarebbe pieno e felice (a unire la coppia c’è anche un figlio) se su di esso non gravasse l’ombra o stigma di una colpa o forse un ricatto, ma lasciamo la scoperta ai lettori.
- Kumquat è reazione nucleare a catena con esplosione in età adulta di garbugli familiari e giochi e patti d’infanzia. Vedi, per esempio, il rapporto fra Giorgio Castaldo ed Elvio Montoro. Compagni di banco alle elementari, Giorgio difende Elvio a suon di cazzotti dai bulli della classe. Elvio ora è accademico, sfuggente ad una precisa collocazione tanto universitaria quanto geografica: dovrebbe essere in cattedra a New York ma c’è chi lo avvista a Roma con una baiadera a via del Corso.
Poi il giorno della festa della Salvazione alle sette del mattino butta giù dal letto Giorgio, lo convoca in piazza dell’Incoronata, ombelico della storia, e lo ingaggia per un lavoro che riguarda i Laviati, dei quali egli è a libro paga da tempo, o forse no, forse a pagarlo sono altri. Chissà. Sembra un’operazione di ordinaria infiltrazione ma, come il battito d’ala di una farfalla, anche un dialogo in piazza dell’Incoronata può provocare un uragano in un altro emisfero, dove? In un «paese ermetico» tutto da scoprire.
- Vicende e personaggi di Kumquat sono rielaborazione fantastica di fatti reali (o dietro l’angolo della realtà) ma questo poco conta perché la loro piena verità è nella credibilità romanzesca e nella perfetta concatenazione di tutta la vicenda. Vedi, per esempio, la girandola narrativa che ruota attorno alla festa della Salvazione, big bang della storia. Anni prima, in quella stessa ricorrenza, era stato ospite del gruppo della famiglia Castaldo l’onorevole Riccardi, capopartito in tour da Roma, erede politico del suo illustre maestro assassinato in via Fani.
Motivo ufficiale della visita un omaggio a «nonno Gigino», vecchio militante delle ACLI, antifascista e a suo tempo vittima degli squadristi. In realtà quell’appuntamento, in appendice ad un altro impegno nella cittadina di provincia, era la copertura di un incontro confidenziale con il commissario della squadra politica locale che aveva informazioni scottanti sui traffici dei Laviati-Di Loia. Inutile dire che quel colloquio schermato è una delle fonti sorgive della storia e dei guai successivi dell’onorevole Riccardi.
- Kumquat è come la festa della Salvazione, con la quale non a caso comincia il romanzo. La musicalità narrativa è accordata su quella frequenza. Al di là della motivazione religiosa, la ricorrenza ha un valore identitario totalizzante, di piena liberazione ed espressione di sé, coinvolge ogni strato sociale ed è appuntamento immancabile per chi è lontano dalla città. Scatena in tutti una vitalità e un’ebrezza incontenibili, da rito dionisiaco. Basti pensare alla corsa dei fujenti che a rischio di pericolose ustioni corrono tra batterie di fuochi d’artificio piazzati su tralicci come vigne.
Con fedeltà figurativa e fervida immaginazione Enzo Verrengia nella prima parte tritura questo «kolossal in dialetto» nella salsa social con derive cafonal dell’odierna «glebalizzazione». Poi, per tutto il romanzo, con solida consequenzialità, senza mai perdere il ritmo, su scala via via crescente, dissemina e intreccia situazioni pirotecniche altrettanto avventurose e rappresentative, fino al bandolo internazionale dell’incandescente matassa geopolitica contemporanea. Kumquat è un backstage della Guerra fredda con botto finale sul presente.
A mantenere palpitante il ritmo ci pensano i dialoghi, magistrali, che in battute secche veicolano sempre informazioni multiple o sentenze inappellabili: «Nella vita va tutto avanti alla rinfusa. Non ci sono piani. Succede che i fatti prendono una certa piega… Non ci sono innocenti… Ognuno ha la sua parte…».
Kumquat è come il frutto omonimo: non ha parti di scarto, si mangia tutto, è prodotto succoso della filiera letteraria, è ricco di vitamine narrative sia di genere sia mainstream. Con Kumquat compri un romanzo e scopri un mondo che non ti aspetti ma leggendo ti accorgi che quello nelle pagine è il mondo davanti alla «palpebra calata» dei tuoi occhi.
Enzo Verrengia, Kumquat, Luigi Pellegrini Editore
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