
A Liaty Pisani piacciono le sfide impossibili. Del resto, con un nome così non poteva essere altrimenti. Toro ascendente Leone, Liaty (accento sulla y) è un nome impossibile, non esiste. Se l’è inventato la madre, «Poi però ho scoperto che si chiamava così anche un’antica poetessa cinese». La sfida impossibile di Liaty Pisani è rendere credibile l’inverosimile sollevando una tempesta di dubbi nell’orizzonte di certezze consolidate, comprese le sue. Se ci riesca o meno lo scoprirete leggendo. Per quanto mi riguarda, dopo aver letto il suo nuovo romanzo ancora inedito, e poco prima a stretto giro tutti quelli politici (recuperati in rete) con protagonista la super spia Ogden, sono ancor più convinto dell’onnipotenza della narrativa che, come si sa, è il regno della libertà: non ha obblighi di verità ma di credibilità, ovvero di coerenza di mondo altro rispetto al reale, perché ogni rielaborazione ha lo stesso effetto di quel famoso osservatore della teoria dei quanti che modifica ciò che vede.
- La storia è un po’ lunga. Comincia nell’87. Quell’anno lì Liaty Pisani esordì con La terra di Avram. La raggiunsi per un’intervista a Milano nella villetta nella quale abitava, quasi nascosta alla vista dagli alberi del giardino e dagli enormi palazzi di un lungo ed ampio viale. Arrivai all’appuntamento con un supplemento di curiosità, oltre a quelle suscitate dal libro, per alcune note biografiche diffuse dall’ufficio stampa e per la foto a tutta pagina nel retrocopertina di giovane donna avvenente e di eleganza desueta con collana di perle e turbante. Anche in casa c’era un’aura di aristocratico languore, al tempo stesso assecondata e contraddetta dalle parole che durante la conversazione si stagliarono ferme e sicure su uno sfondo di remote suggestioni. In linea, peraltro, con la storia del romanzo.
Subito mi disse: «Non mi piace essere un personaggio. In questo sono un po’ all’antica. Fin quando si tratta di fare qualcosa di stravagante, di indossare un turbante, va bene. Poi basta. Preferisco che si pensi di me che voglio fare la misteriosa. Come Agatha Christie che scomparve dal mondo per dieci giorni senza che nessuno abbia mai saputo niente». Lei, in realtà, era scomparsa per più di vent’anni e precisamente dal 1963 quando, a soli tredici anni, aveva pubblicato un libro di poesie. Ci fu un grande clamore. Giornali e televisioni la paragonarono a Minou Druet, la bambina prodigio francese degli anni cinquanta. «Orrore, orrore!», commentò, chiudendo la parentesi memoriale con una risata squillante. «I bambini super-dotati sono guardati malissimo dal mondo che li circonda. Sono costretti ad una condizione schizoide: non possono mai essere se stessi, né con gli altri bambini né con gli adulti. E per loro non c’è neanche la pietà che si riversa ad altri diversi.»
La terra di Avram si ispira alla figura di Aldo Pontremoli (fisico, fondatore nel ’24 dell’istituto di Fisica complementare dell’Università di Milano) che trovò la morte a soli trentadue anni, nel ’28, durante la spedizione del dirigibile Italia: «Nobile al Polo c’era già stato due anni prima ma quella spedizione era composta per metà di svedesi e il generale, desiderando un pieno trionfo italico, volle replicare. Così, per evitare un doppione, fu deciso di dare un carattere scientifico all’impresa. Questo attrasse Pontremoli. Andare al Polo allora era come andare sulla Luna oggi: un fatto eccezionale da un punto di vista scientifico, un’eroica follia, se si pensa cosa era un dirigibile nel ’28».
- Certe volte, guardando a ritroso l’opera di un autore, la sotterranea e tortuosa vena carsica della sua ispirazione appare con la semplicità e l’evidenza dell’elemento naturale di un paesaggio, una presenza obbligata, non una costruzione nel tempo. Per esempio l’intreccio di rigorosa documentazione storica e fantasia è una costante del lavoro di Liaty Pisani, con attenzione poi virata verso contemporaneità e audacia di genere (le spy-story con Ogden) ma sempre alimentata da forte curiosità personale e private ossessioni.
Lunghe e meticolose le ricerche sull’attività di Aldo Pontremoli. «Mi ha colpito molto il silenzio che, per sessant’anni, ha circondato la figura di questo uomo straordinario. Ho dovuto faticare parecchio per trovare notizie su di lui nonostante, tra le altre cose, abbia avuto come assistente addirittura Enrico Fermi. Aldo Pontremoli ha colpito la mia immaginazione sin dall’età di dieci anni. È stata una mia inspiegabile ossessione infantile che ha dormito tantissimi anni. Poi, quando da adulta sono tornata nei luoghi della mia infanzia, è riesplosa in me quest’immagine di Avram-Pontremoli sperduto tra il ghiaccio, simbolo del disamore, della solitudine più estrema. Morire così, con preavviso di un gran margine di tempo, nel pieno possesso delle proprie capacità fisiche e mentali, è un incubo… oppure un privilegio, se si ha la forza emotiva e spirituale di sopportarlo. Io penso che la morte sia un momento di passaggio. La stessa parola morte mi disturba perché nella nostra cultura indica la fine di qualcosa. Riflettere sulla morte per me è un problema nodale. Trovare un modo per venire a patti con essa è la cosa che più mi interessa ed è dovere di uno scrittore cercare delle risposte ai problemi che lo assillano.»
Lei lo aveva già fatto nel suo primo romanzo, pubblicato però dopo La terra di Avram. Il falso pretendente racconta un furto in ambito letterario: Emilio (poeta di mezza età, molto famoso ma senza più argomenti) si ritrova tra le mani il poema inedito dell’amico Ariele, morto suicida. È la grande occasione per un rilancio, Emilio ne approfitta spacciando l’opera per sua. L’amore, l’amicizia, la giustizia, la morte: tanti, i temi presenti nel romanzo che, però, fluisce con estrema grazia e leggerezza. Tutto scaturisce con naturalezza dalla situazione centrale: la scrittura, estremamente coincisa e lapidaria, si limita ad assecondare il movimento interno della trama.
«Sono tanti i casi di furto tra amici nel mondo dell’arte. L’amore, l’amicizia non implicano necessariamente la giustizia, anzi. Forse ci manca una visione d’insieme, siamo sempre così a ridosso delle cose… Vediamo solo qui e adesso… e questo ci fa commettere degli errori strategici nei confronti dell’altro. Per me la poesia è, con la musica, la forma più alta di espressione artistica: quella che più si avvicina al divino. Di conseguenza credo che una buona poesia debba essere in grado di creare una piccola illuminazione, di operare uno shock alchemico (spirituale, emotivo) in chi legge. Se questo non accade allora è poesia nera, sono parole infilate una dietro l’altra con, più o meno, abilità tecnica. E non si capisce a che cosa possa servire, perché uno debba scrivere. Ci sono tante altre cose da fare. La poesia ha per me il preciso compito di shockare l’altro; di aprirgli una finestra nel cuore, nel cervello, nella mente… insomma: nella parte più intima e profonda del suo io, nella parte più importante del suo nocciolo.»
Chi sia Ariele non si sa, solo un indizio, un verso: «Con quale agguato, invano, alle spalle assali il corso del mondo?» che poi è una manipolazione della Fenomenologia dello spirito di Hegel. Torniamo, però, al punto da cui principia il lavoro letterario di Liaty Pisani: per quanto morto Ariele condiziona la vita di tutti. «Io non parlerei di morti ma solo di vivi. Per me la morte non esiste; è solo un entrare altrove, in una specie di – per così dire – mondo parallelo. Mai, secondo me, viene meno il coinvolgimento emotivo con chi ci ha riguardato da vicino, e anche non da vicino: come è stato nel mio caso la fissazione per Avram-Pontremoli. Sono cose misteriose che io, ovviamente, non so spiegare; che cerco di affrontare nei miei romanzi. In effetti, forse, solo la creatività artistica ci può parlare di questa dimensione dell’esistenza.»
- Così diceva Liaty Pisani nell”89. Ebbene, nel nuovo romanzo ancora inedito, «questa dimensione dell’esistenza» è letteralmente al centro della trama ed è affrontata con la stessa determinazione con cui uno scienziato esplora nuovi orizzonti (metti Pontremoli al Polo) o un poeta (per esempio Ariele) insegue un verso «alchemico» che scuota il lettore. Prima ancora, però, con avventurosa sfrontatezza narrativa di cittadina indignata, Liaty Pisani ha cercato barlumi di verità nel mondo anch’esso «parallelo» di certi misteri e segreti indicibili del nostro tempo. È nato così il ciclo delle spy-story con protagonista il super agente Ogden. Esordio nel ’91 con Specchio di notte.
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