1966-2026. Sessant’anni, tondi tondi. Due tempi, due mondi, distanti come stelle di diverse galassie. Benché lontano, però, il passato è sempre a portata di mano. A me è capitato di ritrovarmene davanti un frammento grande quanto una parete. Un murale.Di Dario Damato. Nell’ambulatorio di mio padre Pasquale in viale Michelangelo 21. Naturalmente, quel dipinto è lì dalla data segnata in basso a destra, accanto alla firma. A lungo, però, il locale è stato in uso ad altri e l’opera era sfumata nella nebbia dei ricordi.

Non so come si siano conosciuti, so che fra Dario Damato e mio padre c’è stata una grande amicizia e quel murale nell’ambulatorio ne è prova vistosa ma solo una fra tante. L’impronta d’artista di Dario Damato era in tutto lo studio. Alle pareti della sala d’attesa, per esempio, suoi smalti su pannelli di legno facevano il verso alle radiografie convertendo il loro grigiore in versione pop. Sua anche l’idea di impreziosire il comodo piano d’appoggio fra le due file di panche inserendo al centro una fioriera con composizione minimalista di rami secchi e piante grasse.

  • Il murale è imponente, occupava tutta la parete alle spalle della scrivania, sul lato destro dell’ambulatorio, ma la monocromia, le figure solo contornate e gli ampi spazi bianchi gli conferivano volatile leggerezza. Se sollevavi gli occhi, svagandoti, ti rassicurava quella pluralità di figure con l’autorevolezza di medici in camice in operoso dialogo fra loro e uno scorcio di  piccola comunità di adulti (vigili e tesi) e ragazzini (incuriositi e scherzosi) affidati alle loro cure. L’opera è chiara espressione di grande esuberanza inventiva e capacità di reinterpretare la tradizione figurativa con sensibilità moderna. Il dinamismo delle braccia, gli alambicchi, le matasse di lana che fanno eco al pallone di cuoio sono puro estro creativo. Il rigore dei dettagli dei macchinari mostra una tecnica raffinata, mentre i volti dei medici hanno la potenza evocativa dei fumetti.

Benché di età diversa, in quell’anno lì, alba di un mondo nuovo, sia Dario Damato (ventinovenne) sia mio padre (quarantaduenne) erano anch’essi all’inizio di un nuovo percorso. Per me, ragazzino, quello studio era un luogo confortevole. Quando, seduto in una delle due poltroncine di raso rosse di fronte alla scrivania, aspettavo che mio padre sbrigasse le sue cose, guardavo il murale sull’altra parete e un po’ mi incantavo.

foto di Giuseppe Saldutto

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