Il Kintsugi è l’arte giapponese di riparare le crepe degli oggetti evidenziandole con l’oro. Twist di Colum McCann ripara ferite profonde con l’oro di una scrittura che ha la dolce mestizia della consapevolezza. A noi piace dirlo coì. Nel romanzo, invece, l’autore usa un’espressione dell’ebraismo, Tikkun Olam, che significa: «rimettere insieme ciò che si è spezzato». Oppure, in un altro punto, tako-tsubo, sindrome del cuore infranto.
- Siamo umani, siamo fragili: ancor di più oggi, al tempo stesso padroni e schiavi della tecnologia. Connessi e soli. Il villaggio globale corre sul fondo scuro degli oceani dentro grovigli di cavi ciascuno impalpabile come un capello. Facile che vengano tranciati in vario modo, casualmente o meno. Anche «le nostre vite – persino quelle che sembrano intatte – ruzzolano inerti sul fondo del mare, trascinate dalla corrente. A volte ci sfioriamo con dolcezza, ma inevitabilmente finiamo per urtarci e andare in frantumi… Siamo tutti schegge nel grande schianto».
Riparare è l’intento del romanzo, ma basta raccontare per lenire ferite profonde? Davvero raccontare è la variante letteraria del Kintsugi o del Tikkun Olam? Basta raccontare e (dal nostro versante) leggere per rimettere in sesto cuori infranti? Oppure ci sono forze che ci trascendono e gravano su di noi come ombra cupa di colpa collettiva pronta in ogni momento a risucchiare nel suo buio i più sensibili? Quelli malati di «weltschmerz, in tedesco, lo sfinimento di chi soffre per il dolore del mondo».
Twist ha sicuramente un solido fondo autobiografico e presuppone un’approfondita conoscenza dei flussi intercontinentali della rete. Ha dichiarato McCann: «Oltre il 95% delle informazioni intercontinentali del mondo viaggia attraverso cavi sottomarini non più grandi dei tubi collegati al vostro wc». Inoltre: «I cavi a volte si rompono. Possono essere strappati dalla reti della pesca a strascico, danneggiati dalle ancore, spezzati nelle profondità degli abissi da terremoti o frane sottomarine». Oppure: «Come è accaduto sempre più frequentemente nell’ultimo anno, possono essere sabotati da entità statali o da terroristi decisi a compromettere i ritmi politici, sociali e finanziari di un mondo già turbolento». Per capirci: «Durante la pandemia io stesso sono riuscito ad accedere ad una stazione di sbarco a Long Island e a collocarmi direttamente sul tombino in cui giungevano i cavi dell’Atlantico. Con un piede di porco avrei potuto calarmi e toccarli, sentire la pulsazione dell’informazione mondiale scorrermi fra le dita».
Quest’impronta di verità accresce la suggestione delle pagine, ma un romanzo è un romanzo è un romanzo, cioè un componimento misto di storia e invenzione, come ha detto una volta per tutte il grande lombardo. Un romanzo vale per compattezza e coerenza interna. Vale per la sua credibilità di mondo altro. Non per la sua percentuale di corrispondenza alla realtà. Un romanzo è una connessione di infiniti grovigli emotivi che corrono nel fondo scuro dell’autore, schegge di un grande schianto che chi scrive cerca di ricomporre.
- In un momento non facile della propria vita familiare e professionale (praticamente non conosce il figlio che vive lontano in Cile, viene da un’esperienza di alcolismo ed è a corto di ispirazione e risorse), Anthony Fennell, giornalista e scrittore irlandese, accetta di imbarcarsi sulla Georges Lecointe per raccontarne il lavoro. La nave è ancorata a Città del Capo («villette lussuose e baraccopoli: una contiguità che continuava a sconvolgermi»), pronta a salpare quando c’è necessità di riparare da qualche parte nell’oceano i cavi sottomarini attraverso cui viaggiano i dati della rete. Fennell conosce, quindi, John Conway, anch’egli di origini irlandesi, capo missione della Lecointe, e la sua compagna Zanele, attrice in una compagnia teatrale sudafricana.
Fennell è subito conquistato dal loro amore, dolente e misterioso, solido e mutevole. Ne avverte la sotterranea irrequietezza, l’imminenza di uno snodo. Forse volontario, forse no. Forse irreversibile, chissà. Zanele e John si sono conosciuti nei luoghi di mare frequentati da chi come loro ha il culto dell’apnea: «Il male dei nostri tempi è che passiamo troppo tempo in superficie». Fennell racconta guardando i fatti all’indietro, dal capolinea. La storia è ormai compiuta e i suoi risvolti tragici aleggiano dalla prima pagina, sono annunciati ma non detti e legano lettori e personaggi in un potente abbraccio.
Dei primi momenti della conoscenza di Zanele e John, Fennell dice: «Che mi avessero ingannato, e che avessero ingannato anche altri non mi sorprende affatto. Dopotutto, ben poco nella nostra vita è completamente privo di inganno. Nessuno raggiunge mai una verità assoluta. Quasi tutto ciò che ci tiene insieme è fatto di mezze verità, di piccole finzioni. Ci inganniamo da soli. E mentre la vita si dipana, le pressioni si accumulano, un altro mondo si insinua nel nostro. Come un vapore silenzioso, si addensa, scivola nelle crepe, si espande. Finché non ci spezziamo».
Succede, quindi, che Zanele (Zee per John) parte con i due figli gemelli per l’Inghilterra dove a Brighton porterà in scena una versione di Aspettando Godot con forti accenti ecologisti e personaggi femminili nei ruoli principali, nonostante lo storico divieto di Beckett. Pochi giorni dopo il letto del fiume Congo in piena da settimane sprofondando provoca una colossale frana: «Ottocento chilometri di slavina, pronta a travolgere ogni cosa incontrasse, attraverso gole abissali, oltre scogliere frastagliate, sopra crinali sommersi, dirupi, picchi, grotte».
La Georges Lecointe parte per riparare i cavi tranciati e con essa partono John Conway e Anthony Fennell. Partono come Ismaele e Achab a caccia di Moby Dick. In verità, il riferimento più appropriato per Twist è Conrad, da Lord Jim a Cuore di tenebra. Come volete, purché sia chiaro che il romanzo di McCann (per quel che noi abbiamo letto, il più bello del 2025) appartiene all’epica universale del mare di cui sprigiona tutto il potenziale simbolico.
Zee in Inghilterra, John in mare: che accadrà? Noi vi lasciamo a questo snodo con il fermo immagine di Zee all’aeroporto di Città del Capo: «Conway le scattò una foto, proprio davanti al gate delle partenze. Zanele indossa una maglietta con la scritta Unreachable by Machine. Il suo corpo rilassato, sciolto. Ma la cosa che colpisce di più è la testa rasata a zero, segno evidente di una decisione presa, forse, la notte prima della partenza… John usò quell’immagine come foto profilo della sua email personale». Noi, invece, la usiamo come sintesi della potente bellezza di questo romanzo sulla fragilità umana.
Colum McCann, Twist, Feltrinelli, traduzione di Marinella Magrì


