Settembre 1985, premio Campiello. Tra i finalisti Antonio Tabucchi con Piccoli equivoci senza importanza. È il primo picco di popolarità del quarantaduenne signor Saudade, benché già allora avesse al suo attivo diverse pubblicazioni. Il minimalismo robusto, colto e raffinato, la quieta forza civile e morale di quei racconti arricchì l’onda d’urto letteraria della narrativa italiana, già in piena dall’inizio del decennio con una doppia sorpresa: da una parte l’Eco romanzo popolare, super premiato e multistrato (storico, giallo, filosofico, metaletterario, ironico, avventuroso, di formazione…), dell’illustre semiologo (fino ad allora esponente dell’agguerrita schiera delle Neoavanguardie del Gruppo ’63), dall’altra i pluricensurati  romanzi generazionali (prima) Boccalone di Enrico Palandri, poi Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, per non dire del sodale cantastorie a fumetti Andrea Pazienza da San Severo, Foggia. Non casualmente tutti e tre allievi del Dams di Bologna.

A stretto giro, sul versante della nuova cultura letteraria del rock nell”81 Andrea De Carlo replica con Treno di panna, avventure di un musicista dilettante allo sbaraglio a Los Angeles come un tempo Jean Sorel a Parigi. Scrisse Italo Calvino: «L’insaziabilità degli occhi che bevono lo spettacolo del mondo multicolore ingigantito come attraverso la lente di ingrandimento. È questa la giovinezza che De Carlo racconta». Nell”84 con La notte della cometa Sebastiano Vassalli dà il colpo di grazia alle Neoavanguardie, da lui prima frequentate, contrapponendo ad esse il suo babbo matto Dino Campana. Quell’anno lì in finale al Campiello con Tabucchi c’era anche Roberto Pazzi, che dalla provincia, Ferrara, in Cercando l’imperatore inseguiva la regalità perduta dell’ultimo Romanov.

Il decennio si concluse con La chimera, premio Strega 1990, Eco lo aveva vinto nell’Ottantuno: dunque, una riaffermazione postmoderna della tradizione, benedetta da Manzoni, che Eco cita nell’introduzione de Il nome della rosa con la finzione del manoscritto e Vassalli ne La chimera affronta sul suo terreno, il Seicento, opponendo la giovane e bella strega Antonia alla candida Lucia.

  • Fra l’uno e l’altro titolo una ricchezza e varietà di voci ancora oggi fondanti come quelle di Del Giudice, Busi, Lodoli, Veronesi, De Luca… e tante altre ancora. Dopo la deriva ideologica e politica della letteratura nel periodo precedente, gli anni ottanta segnano, dunque, la ripresa della narrativa in Italia e cioè: il ritrovato orgoglio e la convinzione di poter (o dover) di nuovo conoscere il mondo attraverso la libertà del romanzo, sfuggito ad ogni previsione di morte e camicie di forza varie di verità preconfezionate.

Parlò anche di questo, Antonio Tabucchi, nel nostro primo incontro a ridosso della finale di Venezia. In quella tarda mattina di settembre il cielo era luminoso e suadente. La terrazza del bar affacciava sull’Arno. Tabucchi, schivo e generoso, intruppato da lor signori della critica nel generico pastrocchio dei cosiddetti giovani autori, ebbe a tal proposito queste parole.

«Si ha un bel dire giovane. Per me è giovane uno scrittore di trent’anni al massimo. Io mi sento abbastanza vecchio. Anzi, sto scrivendo qualcosa sulla vecchiaia.» C’è comunque una nuova generazione di scrittori che si sta facendo largo. «Sì, giovani o meno, ci siamo come autori: c’è diversa gente della mia generazione che scrive. Mancano però punti di coagulo. Una volta ci si incontrava nei caffè. C’erano le riviste. Sarebbe bello fare una rivista, un giornale che sia un punto di incontro per una generazione come la nostra, un po’ naufraga, un po’ orfana, solitaria anche senza volerlo. Un punto di incontro molto aperto che sia poi soprattutto occasione di amicizia.» Lanciamo un appello, dunque. «Certo. Lanciamo un appello attraverso il suo giornale perché nasca questa rivista che sia come una platonica casella postale.» Bene. Speriamo che l’appello sia raccolto.

Poi parlammo degli undici racconti di Piccoli equivoci. Come nasce un racconto? «Un racconto nasce da un cortocircuito. Non ho mai scritto poesie ma un racconto nasce più da un’idea poetica che romanzesca. Nasce da un’associazione di idee magari apparentemente incongrue. Guardo il fiume, vedo una signora e penso al suicidio. Questo è un racconto perché si risolve nel rapporto diretto tra due poli senza bisogno del ricorso ad altre cose. Il racconto è un frammento del reale. Il romanzo tende a una visione più panoramica, più totalizzante. Il racconto è più parziale, più modesto, consente di approfondire di più la situazione. Del resto oggi è diffusa la sensazione che il mondo è fatto di frammenti difficili da tenere insieme.»

Piccoli equivoci senza importanza: perché questo titolo? «È un titolo sottotono, volutamente. Una scelta mia che non ho mai amato le cose ridondanti. E poi corrisponde al contenuto del libro, il cui filo conduttore è cercare di trovare nella vita quei piccoli errori che hanno portato a delle posizioni assolutamente irrimediabili. La nostra vita è segnata non da grandi ma da piccole decisioni che poi si sclerotizzano, si sedimentano fino a segnare ciò che è una vita. In realtà sono grandi equivoci senza rimedio. Impercettibili ma irrimediabili.»

L’attenzione della critica è rivolta in particolare al suo stile: lei come lo definirebbe? «Credo che abbia attirato l’attenzione perché è uno stile che procede molto per allusioni. È uno stile molto implicito che ha bisogno della complicità del lettore. La mia è una narrazione fatta di vuoti, di passaggi, di fratture. Se non c’è un lettore che suppone, che partecipa, che riempie questi vuoti, il racconto non funziona più.»

Lei è professore universitario, non è scrittore professionista e neppure metodico: cosa la spinge a scrivere? «Non faccio lo scrittore di professione perché scrivere sarebbe un obbligo. Sto lunghi periodi senza scrivere. Poi magari in quindici giorni scrivo moltissimo. Dipende dall’umore e dalle possibilità. Sento che la vita mi sfugge, sento il bisogno di cogliere il suo significato, il suo segreto. Ma la vita mi sorprende sempre abbastanza e forse scrivo per questo. Se la capissi non scriverei. La scrittura è un tentativo di conoscenza che però non basta mai.»

Saudade è vocabolo portoghese e significa nostalgia, rimpianto, malinconia ma, forse, più che una parola è una «categoria dello spirito», come  Antonio Tabucchi ha scritto in un suo racconto, Il gioco del rovescio.

Antonio Tabucchi ha insegnato letteratura portoghese perché amava questo paese «di gente che si è buttata nell’oceano», che ha «dato al mondo pazzi dignitosi e urbani, schiavisti e poeti malati di lontananze», come Ferdinando Pessoa del quale ha curato la traduzione italiana dell’opera.

  • I racconti di Tabucchi sono ricchi di saudade come tanta parte della cultura letteraria e musicale portoghese ed ognuno di essi illumina un caso umano, un destino, ci dà il senso di una vita. Storie, dunque, perlopiù brevi, apparentemente esili, mai però dimesse ma di semplicità complessa perché implacabili giochi letterari con scelta sempre mirata di particolari, ricchezza e precisione di dettagli e meccanismi.

Antonio Tabucchi ha viaggiato molto in paesi lontani alla ricerca dei frammenti di cultura che l’Occidente ha disperso nei suoi trascorsi coloniali. Quella volta lì, quando ci incontrammo dopo il Campiello, aveva in programma a breve un viaggio a Macao, allora ancora portoghese, per visitarne la ricca biblioteca storico-letteraria di fondazione occidentale. Le storie che ha raccontato molto spesso le ha raccolte in giro per il mondo. Per esempio nelle Azzorre, dove è ambientato lo splendido Donna di Porto Pim, oppure inseguendo una poesia, una canzone, un ricordo o, semplicemente, una guida turistica (come nel breve romanzo Notturno indiano).

  • Decisivo è quell’improvviso «slittamento della percezione» che porta fuori dai confini del proprio io, dal ristretto e angusto orizzonte quotidiano; che spinge verso «un altrove teorico e plausibile» da opporre al «nostro dove imprescindibile e massiccio».

E questo altrove sono stati luoghi lontani e tempi andati ma, soprattutto, gli altri. Caratteristica di Tabucchi è sempre stato un uso della scrittura come occasione di incontro e confronto con gli altri, come inesausto tentativo di conoscenza (che spinge fino al limite estremo dell’assunzione nel racconto dell’altrui punto di vista, anche di una balena: pur di «spiare le cose dall’altra parte»).

  • I personaggi di Tabucchi sono dei vinti, gente a cui la vita è sfuggita di mano, che la vita ha preso e trascinato via ma senza tonfi e clamori, come in una lenta deriva, come in un sogno (e come un sogno, labile e sfuggente, essi spesso la rivivono).

Spino, a Genova, nell’ospedale della città vecchia, i vinti ce li ha sotto gli occhi tutti i giorni, «è il loro estremo compagno, e qualcosa di più, come un tutore a posteriori, impassibile e obiettivo». I vinti di Spino sono i cadaveri dell’obitorio, «i detriti della scena, prima della definitiva scomparsa», stipati ognuno nel proprio cassetto in attesa di una classificazione opportuna. Lui li assiste e li sorveglia, gli deve apporre all’alluce un cartellino con un numero, ma immagina che essi detesterebbero essere classificati così e allora dà ad ognuno un nomignolo scherzoso. Marcelino Pan y Vino, per esempio, «viso tondo, ginocchia sporgenti, una frangetta nera e lustra», è uguale al protagonista del film: «Tredici anni, caduto da un’impalcatura, lavoro clandestino. Il padre non è reperibile, la madre abita in Sardegna e non può venire, glielo rispediscono domani».

  • Poi una notte, con cinque agenti «dal volto terreo», poco più che ragazzi, impauriti e «naufraghi», arriva all’obitorio un giovane di venti o venticinque anni morto in un conflitto a fuoco con la polizia o forse ucciso dai suoi stessi compagni in fuga. Documenti falsi, di lui non si sa nulla, nessuno lo reclama. Spino non ci sta, sente su di sé una «stanchezza opprimente», anche «quella delle stelle», ma si intestardisce e come Antigone a quel «bandito senza nome» vuole dare la degna sepoltura di un’identificazione.

Il filo dell’orizzonte sembra un giallo ma non lo è. Non sembra un romanzo e invece lo è. A modo suo. Cominciammo così la nostra conversazione, quella volta lì, in via Andegari, nella storica sede della Feltrinelli. C’era un ospite d’onore, Nadine Gordimer, ma trovammo comunque il modo di parlare con agio.

«Non so se sia esattamente un romanzo; forse è piuttosto un racconto lungo, una novella. Ha una scansione romanzesca, nel senso che non ha unità di tempo. Ma non saprei come definirlo. Del resto, il romanzo propriamente detto, in senso ottocentesco, non mi interessa molto. Mi interessano soluzioni narrative nuove. Mi piacerebbe, se fosse possibile, mettere insieme tanti romanzi brevi in uno lungo. Ma questa è solo un’idea.»

Spino, allora, è diminutivo di Spinoza? «Sì, in qualche modo. Potrebbe essere Spinoza, spinone ma anche il maschile di spina perché ha qualcosa di pungente. È un nomignolo come tanti.»

Spino si improvvisa detective, ma cosa cerca in realtà? Cosa è importante nella sua ricerca? «Importante è la ricerca stessa. L’importante non è trovare: è cercare, che è già trovare perché indica una volontà interrogativa. Una persona che cerca ha sempre una forte tensione che può essere intellettuale, morale, comunque esistenziale. Il mio personaggio non è soddisfatto di quello che è e per questo si pone delle domande. A Spino non basta constatare, lui vuole sapere.»

Il romanzo è ambientato a Genova, città alla quale lei è molto legato. Cos’è Genova per lei? «È una città molto speciale, secondo me. Non è come le altre città italiane di esibita ed immediata bellezza. La bellezza italiana spesso è una bellezza rinascimentale, molto solare, molto generosa. La bellezza di Genova è più segreta, meno disposta a darsi, più solitaria, più misteriosa. E poi Genova è una grande città di mare con un porto importante ed il mare significa lontananza, altrove, distanza. Di Genova, inoltre, mi affascina il suo ricco passato storico che ha segnato, ha toccato la città e che le persone, credo, si portano dentro, nel loro bagaglio genetico.»

L’atmosfera del romanzo sembra espressione di uno stato d’animo particolare di tensione, di disagio. È così? «Questo libro l’ho scritto in un inverno in cui faceva molto freddo. Genova non lo è particolarmente ma quell’inverno lì ha fatto davvero freddo e questo mi ha obbligato a restare molto in casa, naturalmente. La città era diventata un po’ spettrale, deserta; era tutto ghiacciato e le poche persone che osavano uscire si aggiravano come degli spettri, come delle ombre. Tutto conferiva alla città un’aria ancora più allucinata e questa atmosfera ha fornito, come dire, il pretesto visivo immediato. Io poi stavo attraversando un momento particolare, di speciale riflessione e mi è sembrato che forse potevo riflettere per interposta persona. La letteratura in fondo è il modo migliore di riflettere

La riflessione di Spino è incentrata sul senso delle cose. Non è una ricerca disperata? «La caratteristica del mio personaggio è quella di non accontentarsi di capire i meccanismi; Spino vuole capire il senso delle cose. Oggi è più facile capire il come che non il perché. La nostra è un po’ un’epoca di come: si sa ben come è fatto un oggetto, come funziona, come fare. Perfino nella letteratura, o nelle scienze umane, perfino negli atti creativi prevale questo atteggiamento del quale lo strutturalismo è la quintessenza. Spino, invece, vorrebbe sapere perché, non come.»

Piange, chi era Ecuba per lui?: Spino, alla fine della sua ricerca, dice di aver perfettamente capito il senso della battuta che Amleto pronuncia vedendo un attore piangere per la moglie di Priamo. Cosa ha capito? «Per me è un po’ difficile dirlo perché lo pensa lui: lo pensa il personaggio. Direi che ha capito che gli altri sono noi; che noi siamo tutti gli altri. Si è reso conto, ha capito che esiste l’essere umano; che esiste il genere umano: e questa, per lui che vive in solitudine, è una grande scoperta.»

Il filo dell’orizzonte è un gioiello narrativo e lo leggi con un groppo in gola, come l’emozione di una canzone. Tipo quella dei due fidanzatini di Albergo ad ore. Il filo dell’orizzonte nella sua compiutezza artistica è faro di civiltà. La narrativa italiana degli anni ottanta ci ha dato tanto.

parte prima – continua

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