I romanzi non insegnano niente, tanto meno verità, ma quando l’emozione della lettura ci sbalza nelle pagine qualcosa dentro di noi cambia. Impercettibilmente. Inevitabilmente. Siamo quello che mangiamo, siamo quello che leggiamo. Siamo un equilibrio fragile in continuo mutamento. La scrittura limpida e profonda, la voce evocativa e suadente, il calore umano dei libri di Antonio Tabucchi sono per chi legge una spinta gentile ad andare incontro senza paura a dubbi, incertezze, ferite ed errori, ombre e dolori perché – essi suggeriscono – in quel crogiolo è un futuro possibile.
- L’angelo nero e Requiem sono due modalità esistenziali. Sostiene Pereira è la loro moltiplicazione esponenziale. Bisogna, però, spalancarli come finestre – gli spazi bianchi, i salti e i vuoti, le cose non dette o appena accennate – per apprezzare la ricchezza e il rigore stilistico di questo romanzo. Che lascia affiorare forti contrasti ma fonda la propria suggestione su quelli, ugualmente robusti, taciuti o suggeriti in filigrana con espressioni e immagini – come l’incidentale che costituisce il titolo e apre e chiude ogni capitolo – che melodicamente ritornano per dar voce a nostalgia e rimpianto, chiavi musicali della scrittura di Antonio Tabucchi.
Sostiene Pereira è romanzo etico ed esistenziale. Comunque una confessione: «a qualche autorità simbolica d’ordine kafkiano o – sostenne Tabucchi nel nostro incontro quasi scusandosi dell’azzardo – al tribunale stesso della letteratura, se è lecito usare quest’espressione».
- Siamo a Lisbona nel 1938: in pieno salazarismo portoghese, sullo sfondo il fascismo italiano e la guerra civile spagnola. Pereira («che significa albero del pero ed è nome di origine ebraica ma anche omaggio ad un intermezzo teatrale di Eliot, What’s about Pereira») è l’anziano e modesto direttore culturale di un anonimo quotidiano del pomeriggio. Vive – tutto proiettato nel passato – tra necrologi anticipati e scrittori scomparsi. Parla con il ritratto della moglie morta ed è questo l’unico conforto alla sua solitudine. Come tanti personaggi di Tabucchi, è un vinto: uno sconfitto adagiato nel sonnacchioso torpore dei ricordi. Ma nella sua vita improvvisamente irrompe la giovinezza di due improbabili collaboratori del giornale: un ragazzo ed una ragazza che alla raffinatezza culturale ed estetica del giornalista oppongono il vigore del proprio impegno politico e rivoluzionario.
È questo il primo macroscopico contrasto del romanzo, che è però riduttivo leggere semplicemente come la presa di coscienza storica e civile di un intellettuale ipocondriaco chiuso con i suoi tic nella torre d’avorio della propria infelicità. Sostiene Pereira è in realtà il discorso di uno scrittore laico sull’anima. Sulla necessità dell’anima. Che forse non è l’ineffabile moloch o monolito della tradizione religiosa. Ma passiamo la parola all’autore, incontrato nell’occasione festosa del premio Scanno.
«I veri interlocutori di Pereira non sono i due giovani antifascisti: culturalmente improvvisati e cialtroni, nonostante i buoni sentimenti. Essi sono metafora della giovinezza, e basta. Due poveri diavoli, in fin dei conti. Monteiro Rossi è il capro espiatorio, il sacrificale attraverso cui il giornalista entra in contatto con quella forza per lui sconosciuta che è il futuro. Le persone con le quali in realtà Pereira verifica i propri dubbi sono il dottor Cardoso e padre Antonio: l’uno agisce sulla sua componente psicologica e l’altro su quella spirituale e religiosa. Cardoso, in particolare, a metà tra il filosofo, il medico naturalista e lo psicologo, spiega a Pereira la teoria della coorte o della confederazione delle anime: una teoria dei médecins-philosophes della fine dell’Ottocento, molto seducente per un letterato ma, purtroppo, spazzata via dalla scuola freudiana che è arrivata subito dopo. Lo stesso Pirandello, che l’aveva conosciuta, l’ha ripresa in Uno, nessuno e centomila.»
Vogliamo spiegarla, questa teoria? «Certo. È molto semplice. Essa sostiene che quella che viene chiamata la norma o il nostro essere è solo un risultato, non una premessa: dipende dal controllo di un io egemone che si impone nella confederazione o coorte delle nostre anime e la cui preminenza può essere continuamente ribaltata per attacco diretto o paziente erosione. La nostra personalità è in continuo divenire. Tutto qui.»
Ma Pereira sospetta che quella teoria sia eretica. Perciò ne parla con padre Antonio, una figura molto ascetica e dedicata agli altri, un francescano, confidente spirituale del giornalista. Il dibattito tra il dottor Cardoso e padre Antonio nel romanzo non c’è e – come tante altre cose taciute o garbatamente alluse – tocca al lettore ricostruirlo. Per approdare ad una propria definizione di anima. Magari attraverso un pentimento. Come Pereira.
Ma di cosa si pente Pereira? «Pereira nel mio romanzo sta cambiando pelle. La sua crisi in termini psicanalitici è semplicemente l’elaborazione di un lutto: quello del suo passato. Egli si pente della propria vita perché si accorge di non essersi mai proiettato verso il futuro. Questo, evidentemente, produce in lui rimorso e rimpianto. E cioè saudade: nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Al termine del suo percorso egli passerà da una valutazione estetica delle cose ad una etica. Prenderà la parola, passando da traduzioni anonime a un drammatico articolo di denuncia con tanto di firma. Prenderà la parola: come Mauriac e Bernanos, gli scrittori cattolici tra le due guerre da lui e da me tanto amati.
«Per quanto mi concerne – continuò Tabucchi – io credo che il pentimento sia una forma molto sana di approfondimento psicologico. Credo che nella vita ci si debba pentire. Nessuno nasce e muore nello stesso modo. Mi fanno impressione le persone che non si pentono mai perché hanno delle convinzioni fortissime e possono essere pericolose e prevaricatrici. Chi sa pentirsi, invece, ha un animo più largo e disponibile alle cose inaspettate. È bello cambiare atteggiamento nei confronti del reale, degli altri e a volte anche cambiare opinione. Se, per esempio, domani sentissi la necessità, l’impulso, la forza di parlare dei gerani del mio giardino, che sono creature viventi e meritano la nostra attenzione, lo farei molto volentieri.»
C’è un nuovo io egemone nella sua scrittura? «A me piace scrivere su tutto perché sono un uomo curioso. Ho scritto su molti temi. Ho cominciato nel 1975 con un libro che in qualche modo era di un certo impegno civile: si chiamava Piazza d’Italia e raccontava in maniera buffa, quasi grottesca, attraverso gli occhi dei perdenti, cento anni della storia italiana, dall’impresa garibaldina fino al secondo dopoguerra. Poi ho parlato dei sentimenti, dell’anima, dei turbamenti miei ed altrui, delle persone che ho conosciuto. Credo che la letteratura debba parlare di tutto, senza indicazioni, senza ricetta. Credo che ogni libro sia un’avventura diversa ma per questo romanzo mi sono servite molto due esperienze letterarie precedenti. Prima di tutto quella teatrale, che per me è stata importante, de I dialoghi mancati, che mi ha insegnato la bellezza della voce narrante. In secondo luogo quella specie di monologo interiore che è stato Requiem. Per il momento penso di mantenere la struttura stilistica molto dialogata e senza descrizioni di questo Pereira.»
Poi ci fu l’aggancio ad alta quota con il romanzo epistolare. Dal Werther di Goethe all’Ortis di Foscolo il romanzo epistolare è un riferimento importante della tradizione letteraria italiana ed europea. Per la narrativa contemporanea del nostro continente l’opera di Antonio Tabucchi lo è altrettanto con il suo radicamento transnazionale, dall’ambientazione a Lisbona di Sostiene Pereira alla serrata divulgazione dell’opera di Ferdinando Pessoa fino alla produzione di un romanzo (Requiem) scritto in portoghese e pubblicato nel nostro paese in traduzione.
- Il Portogallo e il suo (oceano) mare nell’immaginario di Antonio Tabucchi sono stati la patria d’elezione di quel sentimento di saudade (rimpianto, nostalgia di un indefinito altrove) che sin dall’esordio egli ha posto al centro della propria ricerca. Tabucchi è stato un maestro di quella sorta di minimalismo strutturale che – contraddicendo le pretese totalitarie e onniscienti della modalità romanzesca tradizionale – procede invece nel racconto per frammenti, allusioni, salti, vuoti, ellissi. E perciò richiede la piena complicità del lettore.
In Si sta facendo sempre più tardi Tabucchi ha portato questi tratti del proprio Dna narrativo alle estreme conseguenze facendoli esplodere in una raffinata e originale (ma anche difficile e sconcertante) pirotecnia di luoghi, citazioni, immagini, modulazioni vocali.
Si sta facendo sempre più tardi comprende diciassette lettere di un mittente maschile (ciascuna con un proprio titolo); ne segue, quindi, una conclusiva di una donna e un post scriptum dell’autore che dovrebbero illuminare, rispettivamente, trama e genealogia del libro. Non è affatto così, almeno per quanto riguarda il primo aspetto. Alla fine della lettura non è del tutto chiaro neppure se il soggetto che scrive sia un’unica persona e con quale scansione cronologica s’intreccino le missive tra loro. Non c’è storia coerente ma tasselli che non combaciano.
Da Il fiume: «Lo so che sto facendo un volo pindarico, e che tutto questo non ha logica, o almeno una logica che sia comprensibile per noi che siamo sempre alla ricerca della stessa logica: causa effetto, causa effetto, causa effetto, solo per dare un senso a ciò che è privo di senso».
Si sta facendo sempre più tardi è scritto da «un tempo rotto» nel tentativo di trovare «un buco nella rete a strascico» delle illusioni logiche e tecnologiche. La verità del romanzo è nella tensione etica ed espressiva del linguaggio che (parlando d’amore o, piuttosto, scavando in esso con le unghie e con i denti) tenta in mille modi di forzare lo stallo di un profondo smarrimento sentimentale.
Colpisce, infatti, il dispiego (e dispendio) delle più svariate risorse stilistiche. Dalla crudezza lessicale all’ironia alle contaminazioni demenziali alla girandola delle lingue e dei luoghi (di tutt’Europa), dallo scandaglio psicologico alle allucinazioni introspettive (come in un videogame claustrofobico) ai ripetuti momenti conviviali e gastronomici, dagli squarci naturalistici alle memorie storiche novecentesche, passate e recenti.
- Si sta facendo sempre più tardi è l’esploso di un romanzo, parole al limite del silenzio o del gioco metaletterario, brandelli di ciò che resta prima e dopo la consapevolezza dell’impossibilità (o immoralità) di fingere nella scrittura quell’integrità che non esiste nella vita. In Si sta facendo sempre più tardi davvero l’amore tutto muove nella disperata, eccitata, affascinante impotenza di un cielo buio che cerca il conforto di qualche stella.
I romanzi non insegnano niente, tanto meno verità, ma la letteratura ce l’ha, una sua verità, eccola qua, acquattata in una delle ultime pagine di Si sta facendo sempre più tardi: «La letteratura non è un treno che corre in superficie, ma un fiume carsico che sbuca dove meglio gli pare, nel senso che il suo corso sfugge ad ogni controllo di superficie». Libertà, dunque, la letteratura va cercando: quella libertà che, come un fiume carsico, innervandole scorre fra le righe delle opere di Antonio Tabucchi. Per questo esse sono per chi legge un invito all’abbandono. Abbandono di ogni paura di sé e serena accettazione della mutevole pluralità delle nostre anime. Abbandono al bisogno di ri-conoscersi negli altri, sperduti come noi nella «vastità incomprensibile del reale».
parte terza, fine
parte prima https://www.ilmondonuovo.club/faccia-a-faccia-il-signor-saudade-e-gli-anni-80/
parte seconda https://www.ilmondonuovo.club/faccia-a-faccia-antonio-tabucchi-yin-e-yang/
