Non c’è origine, né originalità, e neppure verità. L’essere non è sostanza, ousia. L’essere è via, tao. Una via, senza inizio e senza fine.

L’essere è cammino, quel che è oggi non è domani. Il cambiamento è «discreto, poco appariscente, continuo». Niente fratture o rivoluzioni. Nessun momento fondativo, riconducibile ad «un unico evento isolato».

Per Hegel tutto questo è nichilismo ed è la causa della «grande immoralità» e dell’innata tendenza alla menzogna dei cinesi, perciò avverte gli europei di stare attenti a commerciare con loro. Al «nulla come principio supremo e assoluto», Hegel contrappone il Dio della verità e dell’autenticità, «l’Identico e il persistente che è alla base di tutte le modifiche».

  • Comincia così Shanzhai di Byung-Chul Han, filosofo pop sudcoreano di formazione tedesca, fra le più accattivanti e acute voci di controcanto del nostro tempo, capace di declinare il proprio pensiero su ogni aspetto della quotidianità con discorsività lucida (di testi brevi, paratassi e corsivi segnaletici) che non cede mai alla scorciatoia della banalità. Byung-Chul Han ha scritto libri come La società dell’angoscia e poi del dolore, della stanchezza, della trasparenza. Ha scritto L’agonia dell’eros, Le non cose e la nostra perdita di contatto con il reale, l’Infocrazia e la crisi della democrazia… Ci sarebbe da continuare ancora a lungo, ma basta così.

Il tema di Shanzhai (traduzione di Simone Aglan-Buttazzi) è l’arte e, più precisamente, come intendere e vivere la creatività, cosa significa autenticità, cos’è invece copia e cos’è falso. Perché allora Byung-Chul Han comincia il suo libro con l’accusa di Hegel ai cinesi di «abiezione morale» conseguenza, secondo il filosofo tedesco, della negatività della de-creazione e del senso di vuoto buddhista? Che c’entra? C’entra e c’entra anche la politica. I fatti.

Il santuario di Ise, celeberrimo reliquario shintoista, meta di milioni di pellegrini, ogni venti anni viene smantellato e ricostruito identico, con spese ingenti, prossima ricostruzione 2033. Per i giapponesi il santuario è sempre lo stesso e ha 1300 anni, per l’UNESCO solo venti, ragione per cui lo ha depennato dall’elenco dei siti patrimonio dell’umanità. Commenta Byung-Chul Han: «Si potrebbe persino dire che la copia è più originale dell’originale, o che la copia è più vicina all’originale dell’originale, in quanto più l’edificio invecchia, più si allontana dallo stato originario. Una riproduzione lo riporterebbe quindi, per così dire allo “stato originario”».

L’opera come l’essere non esiste una volta per tutte in una forma o identità definitiva ma cresce, cambia pelle e si trasforma: «Un capolavoro cinese non resta mai uguale a se stesso. Più viene venerato, più il suo aspetto cambia. Viene letteralmente sovrascritto dai conoscitori e dai collezionisti, che vi aggiungono sigilli, iscrizioni… ed anche commenti … Un capolavoro cinese non riposa, anzi: scorre». Con grande naturalezza originali autentici di un grande maestro «vengono espunti dall’opus, per inserirvi invece falsificazioni in linea col gusto vigente».

Un’opera d’arte cinese è un’opera aperta, per dirla con il titolo di un libro di saggistica tra i più importanti di Umberto Eco, che contiene non a caso l’illuminante capitolo Lo Zen e l’Occidente. Scrive Eco nel ’59 a proposito delle convergenze fra Zen e avanguardie occidentali: «D’altra parte è evidente… come nelle produzioni dell’arte “informale” vi sia una chiara tendenza all’apertura, un’esigenza di non concludere il fatto plastico in una struttura definita, di non determinare lo spettatore ad accettare la comunicazione di una data configurazione; e di lasciarlo libero per una serie di fruizioni libere, in cui egli scelga gli esiti formali che gli appaiono congeniali».

Per i cinesi, però, significati diversi non emergono via via dall’inesauribile pienezza e profondità abissale dell’opera. L’opera è fluida, i suoi cambiamenti sono situazionali, sono cioè un adattamento pragmatico alla realtà esterna anch’essa in movimento e, quindi, sempre nuova.

L’arte è sempre al centro e mai da parte. L’arte è lente di ingrandimento di una civiltà. Per esempio. Ren quan è la traduzione cinese di diritti umani. «In origine quan indica il peso che oscilla sulla stadera… e significa pesare e soppesare: non ha una posizione fissa e definitiva, anzi è mobile, regolabile e provvisorio… La concezione cinese di saggezza si differenzia radicalmente dall’idea occidentale di verità o autenticità, fondata sull’immutabile e il persistente». Il potere non è forza e non compete alla soggettività: «È una grandezza circostanziale, non statica». Il suo scopo è generare una compensazione, non affermare una norma. Ma veniamo al titolo.

Shanzhai è il neologismo cinese per fake, abbraccia tutti gli ambiti della vita. Sono shanzhai i marchi Nokir, Samsing, Adidos, Adadas, Adadis e via di seguito, un fiume in piena. Lo shanzhai sprona «lo speciale lato giocoso della creatività». Irride e prende in giro. «La sovversione va a braccetto con la creatività. Ne consegue che i suoi prodotti si differenziano dall’originale fino a divenire a loro volta originali – mutando». Esiste un cellulare shanzhai con la funzione extra che riconosce le banconote false: è ancora tarocco o è originale?

  • Lo shanzhai è come la natura: un processo continuo di variazione, combinazione e mutazione. Sbaglia l’Occidente a vedere in esso solo «inganno, scopiazzatura e infrazione della proprietà intellettuale». Lo shanzhai è una costruzione ibrida. «Il maoismo cinese era una sorta di marxismo shanzhai… Il comunismo cinese si presenta metamorfico come l’opera di un grande maestro che si apre a trasformazioni costanti».

Il pensiero cinese privilegia l’inclusivo sia-sia rispetto alla disgiunzione esclusiva aut-aut. «In Cina ci si può aspettare, anche in ambito politico, sorprendenti forme ibride e shanzhai… Nel corso del tempo, il comunismo shanzhai muterà probabilmente in direzione di una forma politica che si potrebbe chiamare davvero democrazia shanzhai, tanto più che il movimento shanzhai sprigiona energie antiautoritarie e sovversive».

Byung-Chul Han, Shanzhai, Nottetempo, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi