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Che spasso, e che commozione, leggere Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni, libro avventuroso come un romanzo picaresco ma anche ricca e preziosa testimonianza, biografica e letteraria, su Gianni Celati, «scrittore che ci ha beneficato con i suoi libri e con la sua pulita esistenza», raffinatissimo traduttore di classici dall’inglese, e non solo (Swift, Melville, Twain, Stendhal, Joyce, con un lavoro sull’Ulisse ciclopico e spossante…), docente al Dams e maestro di tanti talenti lì formatisi tra i quali Pier Vittorio Tondelli e Andrea Pazienza.
- Scrive Ermanno Cavazzoni che in quella seconda metà degli anni Ottanta, all’inizio dell’amicizia con Gianni Celati e della loro assidua frequentazione (soprattutto a cena, con supporto di vodka, alla Spiga o da Angeli, in via San Petronio Vecchio a Bologna), già allora aveva l’abitudine di prendere continuamente appunti «con la sua scrittura di formichina … in modo che la vita non si cancelli per sempre e ne resti l’ombra». In Storia di un’amicizia, parole e fatti, cari alla memoria dell’autore, rinascono dall’ombra degli appunti nella freschezza musicale dell’oralità. È come se Cavazzoni raccontasse dal vivo a te che leggi. Una magia. È la voce dei Semplici, bellezza. Quelli che «scherzano musicalmente con la letteratura restando dentro alla letteratura». La banda Celati. Sonorità emiliane.
Il Semplice è la rivista di narrativa edita da Feltrinelli, uscita per sei numeri dal ’95 al ’97, curata da Celati e Cavazzoni con Daniele Benati e Ugo Cornia, prima occasione di confronto letterario dell’allora inedito Paolo Nori. Il Semplice fu palestra di letture pubbliche secondo una pratica di selezione naturale della specie tanto consolidata quanto ogni volta improvvisata, già sperimentata da Celati anni addietro, con coinvolgimento anche di Stefano Benni: si leggevano pagine in pubblico e si discutevano, sbadigliando o accapigliandosi. I testi che sopravvivevano andavano in stampa.
Scrive Cavazzoni: «Nell’antica medicina i semplici erano le erbe medicinali. E secondo Celati scrivere è un’attività eminentemente curativa, che fa bene allo spirito, se è tormentato e scontento… Quindi Il Semplice è stato in teoria un luogo di cura, come gli stabilimenti di acque termali». Poi aggiunge, «più che una rivista, è stata un’epoca… quando sembra di essere dentro a un’impresa, non importa se è un’illusione, un fantasma» perché comunque sarà sempre la tua leggenda, da rimpiangere nel tempo del «malcontento, quando la vita sembra una farsa. Come è di fatto».
Sul finire del millennio nelle terre della Bassa Il Semplice ha rivitalizzato quel filone aureo della letteratura italiana che ha la sua fonte sorgiva proprio lì in narratori come Folengo, Ruzante e quelli farseschi delle novelle tradizionali, fino al più grande di tutti, Ludovico Ariosto. Della lucida follia di questi strambi e rompicoglioni, che poi sono i più saggi perché i guai del mondo li guardano in faccia e te li raccontano stracciando lacrime e amarezze con il riso e la fantasia, Celati e Cavazzoni nelle loro cene gustose ne discutevano gagliardamente come di calcio i tifosi al bar.
Parlavano e parlavano, inceppandosi però proprio quando le loro parole belle e sincere gli avrebbero dato grande giovamento. Per esempio quella volta lì che nel ristorante di via del Carbone a Reggio entrò una donna sola, bella come Angelica quando appare alla corte di Carlo e incanta i paladini. E loro tre (c’era anche Ugo Cornia) che stavano parlando di Wittgenstein perché «Celati lo apprezzava molto e diceva che l’aveva letto e riletto e aveva imparato tanto, e tanto non aveva capito», invece di fare le riverenze dovute, dopo un «buonasera con quella mezza voce che hanno anche i polli», per timore «di tirar fuori la coda di pavone», s’ammutolirono e restarono tutti e tre cupi e muti, incapaci persino a domanda di rispondere che stavano parlando di Wittgenstein, «quasi che Wittgenstein fosse uguale a una di quelle porcate maschili che si fa più bella figura a non rivelare».
E così, fra mugugni e rimpianti, indispettita la vita vola via. Resta però nella memoria la sua poesia, e tanto basta alla banda dei sospiri (titolo di Celati) per ritrovare il sorriso e nel filo delle storie l’afflato della nostra sgangherata, umana grandezza. Ricordando (altro titolo) i parlamenti buffi con Gianni Celati, Cavazzoni racconta vicende minute di gente qualunque con purezza ad alta gradazione di entusiasmo fanciullesco, distillato con pietas e disincanto da ogni scoria retorica. Storia di un’amicizia è un variopinta galleria di persone tanto comuni quanto uniche, come tutti. Ognuna è un romanzo e ha una propria indefettibile compiutezza con fantasiosa e imprevedibile ricchezza di sviluppi.
- C’è, per esempio, il Bombardiere immaginato infine santo su un calendario per la sua missione umanitaria di portare con il suo membro indefesso sollievo alle donne come i frati con le preghiere o i ginecologi e gli psichiatri sui loro lettini e poi c’è Gianni Gianni, il cugino di Celati, chiamato col doppio nome perché i due «erano simili, ma anche all’opposto, e Celati un po’, mi confessava, invidiava Gianni Gianni che si lasciava scivolare lungo la via facile, ben vestito, artista prima di aver fatto l’arte».
Lui, invece, quello senza raddoppio di nome, «coi vestiti rimediati da qualche zio e adattati da sua madre sarta … discendeva da quei monaci medievali che trascrivevano in solitudine gli antichi manoscritti come un atto di contrizione». Questa cosa qui, e le altre belle a seguire, Cavazzoni le scrive comparando l’amico a Fellini, per il quale Celati aveva «un’ammirazione sconfinata». Scrive Cavazzoni: «Fellini invece era più simile ai grandi capitani di ventura… Il cinema è un fatto d’armi, lo scrivere un esercizio solitario d’ascesi… Celati era d’accordo. Ma tutti e due invidiavamo la bolgia ardimentosa del cinema, che è vita piena e arte, anzi la maggiore arte del Novecento».
Con l’Ippogrifo della loro salace e immaginifica arguzia, Celati e Cavazzoni non sono andati sul set ma sulla Luna, che forse però era solo «un’isola di plastica in mezzo all’oceano» dove in verità poi neppure ci sono stati però ne han parlato molto, comunque sia, da una parte o l’altra han trovato il nostro senno perduto in tanti massimi sistemi senza costrutto. Storia di un’amicizia è anche un esilarante e irriverente repertorio delle umane mattane, dal comunismo che è come le ferie o la pensione perché soddisfi i bisogni senza lavorare, al paradiso che Dio ha dismesso perché non rendeva niente con tutti quei beati ad oziare e poi ha chiuso anche l’inferno perché costava troppo mantenerlo, a cominciare dai consumi energetici, e i diavoli disoccupati sono scappati sulla terra dove ogni giorno corriam tutti dietro a un futuro che puntualmente si fa beffe di noi gonzi… e così via, parlando di famiglia, politica e soldi… sempre a colpi di fantasia lontano da ogni ideologia per ritrovare nella buffa e altezzosa fragilità la sostanziale uguaglianza dell’umana specie.
Storia di un’amicizia è un «seme che continuerà a germogliare» nel tempo, come i libri «di Celati che continuano a vivere e parlare di lui; anzi, sono pezzetti della sua anima, con cui si può continuare a dialogare. Io me li tengo cari, nella prima edizione che ho letto. Siamo esseri fatti di parole, e le parole non muoiono. I libri sono porticine. Ne apri una, e dietro c’è Celati che parla, poi la richiudi, e per un po’ stai lì mesto, anche se c’era da ridere». Altro che mesto, nelle ultime pagine al sottoscritto è scappata anche qualche lacrima, ma lasciamo stare: quando leggerete, capirete.
Storia di un’amicizia è un gioiello che dopo averlo letto te lo metti in petto e fai luce. Comunque, s’i fossi giurato allo Strega, dubbi non avrei e con grande entusiasmo per Cavazzoni voterei.
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet
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