Era tra quelli che certi lorsignori pensavano di sfregiare chiamandoli «cattivi maestri». Per me era un mito. Più precisamente, lo era stato. Negli anni settanta, quelli della militanza. Quando ci siamo incontrati per un’intervista, io ero un’altra persona. Lui no. Era il 1987, fine febbraio. L’occasione, il suo nuovo libro, Gli invisibili, che poi nel ’99 sarebbe confluito nel volume collettaneo La Grande Rivolta insieme a Vogliamo tutto (’71) e L’editore (’89), tutti e tre poi ripubblicati da DeriveApprodi, come il resto della sua opera. Il primo è ambientato nel ‘68 ed ha come protagonista un operaio del sud emigrato nella metropoli milanese e lì coinvolto nelle lotte politiche e sociali del tempo. Nel secondo, l’orizzonte degli eventi è il movimento del ‘77 e la rivolta giovanile contro i modelli inconsistenti della gerarchia sociale nei rapporti interpersonali, nella scuola, sul lavoro. L’editore, infine, è Giangiacomo Feltrinelli, figura emblematica dell’opposizione politica extraparlamentare.

Nanni Balestrini ha sempre rielaborato nell’arte i propri ideali e valori, cercando e trovando per essi un nuovo linguaggio. «Una certa visione politica può offrire ad uno scrittore la possibilità di confrontarsi con temi importanti che vale sempre la pena affrontare. Oggi si parla tanto di minimalisti: io non conosco bene questi nuovi scrittori americani, ma credo che una buona letteratura massimalista sia sempre abbastanza interessante.» In tutti e tre i romanzi che compongono La Grande Rivolta il racconto è ordinato in brevi paragrafi o lasse o strofe di 10-15 righe nelle quali le parole via via acquistano maggiore libertà aderendo sempre più profondamente ai pensieri fino a susseguirsi (negli ultimi due) senza alcun segno di punteggiatura. «La lingua scritta della tradizione è un mezzo espressivo che non rende più tanto: che è stato definitivamente messo in crisi dalle provocazioni delle avanguardie come il Gruppo 63. A me interessa inventarne uno nuovo: trovare una nuova maniera di raccontare una storia. E quella che io vedo è di ricorrere al linguaggio parlato che è più veloce, sintetico e permette passaggi più rapidi. La sintassi impone che ad ogni frase corrisponda un concetto ma noi, quando parliamo, non usiamo più frasi chiuse, sfioriamo più conetti. E poi la narrazione è più efficace se c’è un collegamento fra storia e linguaggio.»

L’appuntamento era in un bar dalle parti di piazza Cadorna, comodo e anonimo. Ero già lì quando arrivò, circospetto ed elegante, secondo i miei parametri di essenzialità e funzionalità. Ricordo i due capi della sciarpa sovrapposti e non intrecciati a completare la protezione del petto come un’appendice del cappotto. Ci saremmo rivisti un po’ di anni dopo, al tempo di RicercaRe a Reggio Emilia, generoso e nobile tentativo di riproposizione delle antiche pratiche di letture e confronto pubblico del Gruppo 63. Di quella manifestazione era uno dei protagonisti, con Renato Barilli. Lo ricordo anche allora così, con quella sorta di autorevole e ieratica consapevolezza, perdipiù silenziosa, almeno nel dibattito, ma sorniona e velatamente ironica. Lo ritrovo uguale in una recensione di Andrea Cortellessa al libro di Cecilia Bello Minciacchi, Come agisce Balestrini. Le parole che cercano, Carocci.

All’inizio del suo testo Andrea Cortellessa riporta una testimonianza di Sergio Bianchi in Nanni Balestrini Millepiani, DeriveApprodi. Eccola. Milano, primi anni Sessanta. A Piazza del Duomo, Marcia per il disarmo nucleare. Serve qualcosa di forte per richiamare l’attenzione. Si discute: un minuto di silenzio? No, meglio cinque. Troppi, non li regge nessuno. Risponde Eco: salirà qualcuno sul palco, come per prendere la parola, ma resterà immobile e in silenzio, incrollabile. Ma chi? Nanni. «Come nella Vocazione di Caravaggio, in fondo al tavolo alza la zazzera bionda il giovane poeta restato sino a quel momento in silenzio: Chi? Io? Ma il giorno dopo funziona tutto a maraviglia: magro e pallido, stagliato contro le luci del tramonto, sembrava davvero il cadavere di una di quelle vittime. Migliaia di persone e non si sentiva volare una mosca… Nanni non impressionò soltanto i manifestanti, ma anche sé stesso; sceso dal palco lui, laconico come sempre, s’era limitato a dire: Questa sera ho capito molte cose».

Aveva capito che per lui la poesia sarebbe stata un esercizio totale in cui impegnare corpo e parola, militanza e talento, musica e arte. Consustanziale al movimento, vedeva il nuovo e facendone arte ne godeva. La sua ricerca è sempre stata punta avanzata di quella ricchezza creativa che ha scosso dalle fondamenta il linguaggio letterario italiano sin dalla seconda metà degli anni cinquanta con il Verri di Anceschi, poi con il Gruppo 63 (animato da intellettuali come Arbasino, Eco, Guglielmi, Leonetti, Malerba…) e in un secondo momento con riviste da lui stesso ideate e dirette come Il Quindici e Alfabeta. Per questa caparbia congruità di parole e vita le sue storie sono vere, a prescindere dal contenuto. Non di soli versi vive un poeta.

Quando ci vedemmo a Milano, proprio in quei giorni si celebrava il processo d’appello per uno strascico delle accuse relative all’inchiesta del 7 aprile, nella quale era stato coinvolto con Toni Negri ed altri militanti dell’Autonomia operaia. Ad un accenno di discorso, sorridendo, quelle accuse le liquidò come «abbastanza stravaganti» senza dedicare loro altro commento. Gran parte delle imputazioni erano cadute in istruttoria, ma all’origine comprendevano qualcosa come diciannove omicidi, incluso quello dell’on. Moro. Dal ’79 si era rifugiato a Parigi, dove ancora risiedeva. «In Francia mi trovo bene perché ci sono interessi differenziati: c’è spazio per tutti mentre trovo che in Italia ci sia stato in questi ultimi anni un enorme aumento di conformismo. Pippo Baudo e Maradona sono diventati di interesse obbligatorio generale. Talvolta ho l’impressione di essere considerato un cretino per il fatto che non mi occupo di calcio.» In quei giorni tempestosi del mandato di cattura, l’avevano cercato a Roma, invece era a Milano e fuggì in Francia scendendo in sci dal Monte Bianco, aiutato dal fidanzato della sorella, maestro di sci a Courmayeur. L’anno successivo, per fare anche di quell’avventura «frusta per il cervello del lettore», in Blackout raccontò la vicenda con versi epici.

La Storia è un tritacarne che non restituisce mai quello che macina. Non concede niente a nessuno, soprattutto ai vinti. Se vuoi qualcosa, gliela devi strappare con l’arte. La verità è una costruzione del linguaggio. Ieri come oggi e domani ancora, gli sconfitti hanno rovesciato e rovesceranno silenzi e verdetti della Storia solo con la magia della scrittura, facendo della vicenda di uno la vicenda di tutti. La Grande Rivolta è un classico di questa traslazione. Gli invisibili racconta «gli anni di piombo» attraverso la concreta esperienza («il racconto è vero all’ottanta per cento») di uno dei tanti protagonisti del movimento conosciuto dall’autore a Parigi.  Come un cantastorie di altri tempi, di una comunità dispersa Balestrini ha dato voce ai suoi bisogni irriducibili.

«I problemi di allora non sono stati risolti ma elusi. Il problema è uguale dappertutto ed è che i giovani non hanno più un futuro nel quale credere. È stato fatto di tutto dalla stampa, dai mass media per nascondere l’enorme ricchezza creativa delle lotte giovanili degli anni settanta, per cancellarne la memoria. Sembra quasi che ci siano state solo le Brigate rosse e invece c’era Parco Lambro e Umbria jazz. C’erano le radio libere, c’era un impulso di creatività che ha investito il teatro, la musica e ogni forma d’arte. C’erano, insomma, tante idee nuove che operavano anche come trasformazione. Ora tutto questo, che fino a dieci anni fa era molto visibile, è scomparso quasi nel nulla.» Ricordo che lo dissi di getto: Beh, c’era da aspettarselo se, come dice lo stesso protagonista del romanzo, «in fondo non avevamo nessuna idea né voglia di vincere ma nemmeno nessuna idea che c’era qualcosa da vincere da qualche parte…», e allora? Quali furono le ragioni vere di quella rivolta?

«Io penso che per ragioni storiche ben precise ad un certo punto all’impulso del movimento si è sovrapposta l’ideologia rivoluzionaria antica, che veniva usata come simbolo. Ma quello del ’77 non è stato un movimento che voleva abbattere lo Stato. Voleva, invece, trasformare la società sulla linea di quello che è avvenuto e stava avvenendo dal ’68. Voleva trasformare il modello patriarcale, il modo di vivere i rapporti interpersonali, il modo di intendere il lavoro e questa spinta al rinnovamento era un fenomeno molto generalizzato. Non riguardava solo gli universitari come nel ’68. Nel mio libro ho cercato di illustrare le tappe di questa rivolta: la scuola, il lavoro. Il protagonista ogni volta si scontra con un modello che rivela la sua inconsistenza. La violenza  il movimento all’inizio l’ha subita. Da piazza Fontana in poi per dieci anni il movimento è stato aggredito in modo violento. Certo, quando ha cominciato a difendersi, ha generato al suo interno una piccola parte che ha visto nella lotta armata l’unica via d’uscita. Fino al ’78, però, cioè fino all’omicidio Moro, questa parte era assolutamente minoritaria. Poi si è scatenata la repressione e tutto è scomparso. Tutto si è risolto in un confronto tra due forze armate che non avevano nulla da dire rispetto ai problemi posti dal movimento.»

Penso a Beuys e Cattelan. C’era una volta Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Fine Ottocento. Un popolo in marcia, fiero e consapevole, affidava le sue speranze al nuovo secolo in arrivo. Veniva da molto lontano, da una storia grande, di umiltà e di fatica. Di lotta. Una storia di persone piccole che insieme, tutte insieme, si sentivano grandi e forti. Come i coloni che nel 1774 arrivarono nelle terre dei gesuiti in quella vasta area del Tavoliere a sud della mia città dove poi sarebbero nati i paesi chiamati dei Cinque Reali Siti (Franco Mercurio, I figli del gesuita, Claudio Grenzi). Fu il riverbero di una magia europea, una delle più affascinanti sfide dell’Illuminismo riformatore del Settecento. Una storia bella, che mi riempie d’orgoglio e mi piace raccontare. Ferdinando IV di Borbone e il segretario di stato avevano deciso di utilizzare l’enorme proprietà dei gesuiti per un grande esperimento sociale di riforma agraria. Per alleggerire il peso della plebe sulla capitale del regno, assegnarono le terre dei gesuiti a nuovi coloni reclutati con un bando fra «poveri e timorati di Dio» di vari paesi del regno. Tra quei primi coloni c’erano anche i miei antenati.

  • Furono quattrocentoventi i padri fondatori che dal 1774 popolarono con le loro famiglie campagne molto malariche, perlopiù desertiche, fino ad allora utilizzate quasi soltanto per il pascolo e d’estate infuocate come un girone infernale. Erano gli ultimi della terra, erano pitocchi, fuggivano dalla fame. Sognavano la grascia. Sfidarono difficoltà e i tempi lunghi delle nuove colture. Dovettero scontrarsi con promesse mancate, esigenze di cassa del governo centrale, cavilli burocratici e ammuina dei curiali, cupidigia dei latifondisti maspoderosi, rivalità interne, furbizie e incapacità di non pochi fra loro. Subirono i contraccolpi di fibrillazioni e ribaltamenti politici, l’incapacità astiosa e malevola di un nuovo sovrintendente. I loro antenati erano stati servi della gleba. Avere quelle terre significava cambiare una storia secolare, perciò giurarono che sarebbero stati liberi e forti e si misero in marcia, come gli umili nel Quarto Stato.

Domenica 25 luglio 1779 s’incontrarono per fare festa e firmare una petizione contro il sovrintendente in carica da consegnare a corte a Napoli. Arrivarono alla spicciolata. Decisero di mandare una delegazione a Napoli, organizzarono una colletta per pagare viaggio, vitto e alloggio e liquidare l’onorario all’avvocato che aveva stilato due memoriali. Sguardi fieri e parole solenni. È l’emozionante atto di fondazione di una comunità. Il germoglio di ogni democrazia. Nelle campagne del Tavoliere quel giorno nacque un nuovo soggetto sociale: una piccola borghesia agraria, produttiva, fiera, indipendente. L’inizio nella mia terra del controverso cammino della modernità.

  • Da un estremo all’altro. Da Pellizza da Volpedo a La rivoluzione siamo noi di Cattelan. Dai coloni dei Reali Siti in marcia, all’intellettuale della scultura di Cattelan immobile e disarmato. Appeso ad un gancio con il capo reclinato. Come un cappotto dismesso su un attaccapanni. Un cappotto di feltro. Il manichino, l’artista stesso. Il feltro è una citazione, come pure il titolo dell’opera. La rivoluzione siamo noi lo diceva Beuys, generoso e carismatico profeta dell’arte come azione politica, sostanza e corpo dei valori umani più alti da onorare nella figura, nei gesti, nelle azioni. Soldato, in guerra aveva rischiato di morire, era stato salvato dalla generosità di una popolazione nomade che lo aveva raccolto dopo un incidente e curato con feltro e grasso. Guarito, aveva cominciato un percorso che lo avrebbe portato ad essere del tutto diverso da quello che era stato: uomo di pace, visionario e militante, infaticabile nell’affermazione della necessità attraverso l’arte di riconciliazione e comunione dell’uomo con la natura. Una comunità è una scultura sociale, ogni uomo è un artista, «Dio è morto… Significa che dio adesso si trova all’interno dell’essere umano, quindi dobbiamo essere noi i creatori del futuro. Ogni possibile futuro sarà il risultato del nostro lavoro» (Lucrezia de Domizio, Difesa della natura, Il Quadrante edizioni). Eccolo allora, Beuys, in un’immagine icastica, cappello e tracolla, incedere come il capofila degli umili del Quarto Stato, come il capo dei coloni dei Reali Siti.

Nel silenzio di Balestrini sul palco in piazza Duomo c’era eguale fierezza e valenza collettiva. Come «in quel finale indimenticabile de Gli invisibili» (Maria Corti) allorché i solitari carcerati accendono l’olio delle fiaccole all’ora stabilita nel cuore della notte davanti ai buchi delle grate, per comunicare, per essere visti «ma anche lì non c’era nessuno che li vedeva le fiaccole bruciavano a lungo doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere o forse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente».

È allora che uno scrittore diventa un classico: quando le parole che dice non sono più sue ma di tutti perché sbattono la Storia contro il muro d’un Tempo assoluto, le rivoltano le tasche e la costringono a restituire anche l’ultimo spicciolo.

«Probabilmente di cattivi maestri non ce ne sono stati abbastanza. Volerli eliminare è solo voler eliminare tutto quello che si sta trasformando ed è un’opera che non ha possibilità di riuscita se non sui brevi periodi. Ben vengano i cattivi maestri».

Io, invece, ero allora, quel pomeriggio in un bar vicino piazza Cadorna, e sono ancora, appeso a un dubbio e a un tormento. Faccia a faccia con il manichino di Cattelan, gli chiedo: Fratello, di che reggimento sei?

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