
Io penso che la narrativa italiana degli ultimi due decenni del secolo scorso abbia operato un vitale e decisivo rilancio del romanzo, tramortito negli anni sessanta e settanta da inconcludenti se non dannosi strepiti in piazza e da altezzose scomuniche ideologiche e politiche. Per me questo è il lascito culturale più fruttuoso di una certa generazione, quella a cui in qualche modo appartengo, anno più anno meno. Ne parlo con un amico del giro, e per tutta risposta lui mi chiede se ho letto L’assedio e il ritorno di Franco Ferrucci. No, non l’ho letto. Dovresti. Ok. Il libro è fuori catalogo, trovo una copia usata in rete. Poi, non so perché, è passato del tempo prima che lo abbia letto. In realtà lo so, perché.
- Mi intimidivano, quelle pagine ingiallite, di grana grossa. Sentivo nella loro rigidità la consistenza gravosa del tempo. La sua forza e autorevolezza. «Alcune strutture fondamentali, gigantesche della società – diceva Alighiero Boetti – verrebbero a mancare se mancassero alcuni piccoli elementi come l’ordine alfabetico… se scrivi sul muro 1970 sembra niente, proprio niente, ma fra trent’anni… Ogni giorno che passa questa data diventa più bella: è il tempo che lavora, è soltanto quello che lavora. Le date hanno proprio questa bellezza: più passa il tempo e più diventano belle.» Per esempio, nella serigrafia Formazione di forme (Cecoslovacchia), su un foglio da disegno sovrapposto alla prima pagina de La Stampa ha semplicemente ricalcato il profilo geografico del Paese, circoscrivendolo in una griglia rettangolare senza alcun altro riferimento, solo la data di realizzazione dell’opera. Tanto basta, a quella, per riverberare in chi la guarda il clamore della Primavera di Praga e il suo sogno di libertà infranto nel sangue.
Del libro di Franco Ferrucci, grafica vintage e copertina minimalista con spazi squadrati di azzurro e bianco, Nuovi saggi Bompiani, 1974, via via la mia immaginazione ne aveva fatto qualcosa come un forziere recuperato da un’isola sperduta, di quelli che non sai se dentro c’è un tesoro oppure carta straccia e nell’incertezza non ti decidi ad aprirlo, irretito nell’incanto dell’attesa. Poi, però, ho deciso di dare concretezza di saggio a quell’idea di cui dicevo e ho letto e riletto le pagine ingiallite di grana grossa de L’assedio e il ritorno.
Nonostante il suo sviluppo quantitativamente contenuto, 114 pagine, L’assedio e il ritorno è un libro maestoso. Attraverso un’analisi minuta dei due poemi omerici fissa le coordinate della nostra civiltà, in termini cronologici («l’Iliade, il solo libro che non ne ha alle spalle un altro»), di modelli letterari e di valori. Specifica Ferrucci: «un altro libro contestava ai poemi omerici la gloria della primogenitura nella letteratura occidentale, il Vecchio Testamento». Ebbene, l’uno e l’altro avviano la storia della parola scritta affermando lo stesso principio: «Diventare consapevoli significa riconoscersi colpevoli».
Achille non è furia cieca, è «l’eroe della coscienza infelice». Achille capisce il limite della forza e il suo esercizio abusivo, Agamennone no. Per questo i due si scontrano all’inizio del poema. La peste, «primo evento narrativo mai presentato», squarcia il velo della condizione umana: «Perché l’Iliade rappresenta, né più né meno, la vita; e, per dire meglio, la vita umana cosciente». Elena è l’illusione di felicità che l’uomo insegue da quando esiste, il motore della civiltà e di ogni lotta. Lo stesso è Briseide per Achille: ma se gliela portano via che senso ha più combattere? Non è questione di doni. L’interesse personale fa balenare ad Achille «la verità fino ad allora nascosta agli occhi di tutti: che si stia versando sangue nell’inseguimento di un fantasma di felicità che giorno dopo giorno viene pagato con rinunce che nulla vale a compensare».
Troia sarà distrutta e lui morirà. Achille lo sa. Anche Ettore conosce la propria sorte e quella della patria. I due eroi sono l’uno lo specchio dell’altro. Entrambi sanno, ma tutti e due si illudono. Ognuno a modo suo. Achille si ritira dalla guerra e fa desistenza. Ettore attacca gli achei ed assedia con i suoi le loro navi «combattendo una lotta ai limiti del fato, per scoraggiarlo e infine rovesciarlo». Tutto inutile, ovviamente. «Isolarsi è difficile e rompere il cerchio impossibile». Achille ed Ettore, però, ci provano, a smentire i verdetti. «La coscienza che ha scoperto le radici dell’infelicità, non può fare a meno dei sogni.» Ulisse, invece, uomo d’apparato, arguto e solerte, è prono all’esistente e al corso obbligato delle cose: è «grande istigatore del proseguimento sanguinoso».
Il linguaggio di Ferrucci è di densità semantica implacabile e non sempre agevole. Serrata e talvolta criptica è anche la concatenazione logica del discorso critico. Attraverso le pagine seguendo le tracce degli eroi. Mi faccio largo fra comparazioni diacroniche con i maggiori classici della letteratura occidentale (dalla Nouvelle Heloïse ad Anna Karenina, da Platone agli Illuministi… ), convergenze parallele fra uomini e dei e considerazioni sull’utilità narrativa di questi ultimi («essi danno vita a un’inconsapevole commedia, che è vista dal poeta con l’ironia dell’affetto… la loro funzione è soprattutto economica… di impiegati della narrazione»), similitudini odorose raccolte tra i versi sullo scudo di Achille e offerte al lettore come fiori con disvelata e accresciuta fragranza: «immagini campestri, di mietitura, la vendemmia, il pascolo; canti e danze… i beni della vita, quelli che l’uomo può costruirsi e godere nell’attesa del disastro…». Mi soffermo su gemme: «La vera colpa è di non sentirsi colpevoli… È tipico della saggezza saper vivere con i propri miraggi; è tipico della disperazione non avere visioni». Divampo al fuoco eracliteo di vari passaggi («Il fuoco è per Omero l’elemento vitale e distruttore»), mi sgomento al clangore dei colpi dei tanti duelli e battaglie.
«Dopo l’assedio non c’è ritorno.» Nell’Iliade Omero cerca un significato nel caos dell’insensato. L’Iliade «nasce per non avere un seguito… è l’anno intero della vita umana», un libro definitivo. Troia cadrà, si sa da sempre, non c’è neppure bisogno di raccontarlo. Achille, uccidendolo, riconosce in Ettore se stesso e nell’incontro con Priamo placa la propria ira. È l’ultima tappa della consapevolezza. «L’Iliade è la storia di come la rivolta della coscienza si placa nella dolorosa equità dell’eroe», perciò noi «nel triste inverno della scontentezza» uguali onori rendiamo a Ettore e Achille.
parte prima, continua
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