
Diamo una mano allo Strega. Aiutiamolo a riaffermare le proprie ragioni. Storiche e sacrosante. Parliamo di libri e autori. Di Michele Mari, per esempio.1992, La stiva e l’abisso, sua terza prova narrativa. Un incanto. Poche pagine, e quando lo lessi precipitai subito in un altro tempo, quello dei tremori giovanili, quando il piacere dell’avventura è sfidare buio e paura. La stiva di una nave è lo spazio destinato al carico. Lì trova rifugio il clandestino, l’altro, il diverso: presenza insospettata e inquietante che parla una «lingua franca» al limite della comprensibilità. La stiva è «la parte più intima, l’abisso che ogni nave porta dentro di sé». La stiva di un uomo è l’inconscio e in quella profondità si avventura e si perde il Capitano Torquemada, paralizzato da una «gangrena» nella cabina di un secentesco galeone spagnolo bloccato in mare aperto dalla bonaccia. È la fine.
I marinai si arrendono, disertano i loro doveri e inebetiti si abbandonano alla magia delle storie fantastiche che i pesci gli raccontano, prima di divorarli e nutrirsi così delle loro storie per raccontarle un giorno ad altri marinai in un ciclo perpetuo in cui la distruzione è «lo stato permanente dell’essere», la chiave di lettura della Storia e della vicenda umana. È la fine e Torquemada lo sa perché un capitano sa tutto, la nave è il suo corpo. Il cuore di un capitano è «il rimbombo dello scafo beccheggiante sui flutti».
Con Michele Mari ci sentimmo al telefono per un’intervista. Ho ritrovato la cassetta, TDK da 90. La riascolto e stralcio.
«Un eccesso di consapevolezza nuoce ad un senso corposo e plastico della vita. La paralisi del Capitano è l’emblema del conflitto tra vita meditativa e vita attiva. Il Capitano sente tutto ciò che è altro dall’esistenza normale. Lo sente in termini di trascendenza e quindi di inarrivabilità, di mistero. Il Secondo, invece, con la sua ottusità non arriva a percepire tutto questo. Il Capitano deve necessariamente affidarsi a lui ma deve anche guardarsene per la sua violenza e infingardaggine.»
Nei romanzi di Michele Mari i personaggi sono tutt’uno con la lingua.
«Io spero che il romanzo piaccia ad un lettore che ha un certo gusto per la pagina letteraria, per una scrittura barocca e sperimentale: a chi, insomma, non legge un libro semplicemente per vedere come la storia procede. Ho cercato di dare ad ogni personaggio una lingua caratteristica perché essi, ad eccezione del Capitano, hanno un’entrata in scena di tipo teatrale: non vengono descritti o altro, non sono colti nella loro interiorità, parlano e basta. Dovevo quindi caricare sulla lingua ogni loro caratteristica per renderli immediatamente riconoscibili. Quella del Capitano è una lingua paludata, retorica, non necessariamente secentesca, che per sintassi e lessico fa capo ai moduli illustri della prosa d’arte. Il Secondo parla in uno stile becero, triviale, con volute assonanze e giochi di parole osceni.»
Verso la fine del romanzo il Capitano dice: «Ogni parola che crea combatte il male della creazione». Raccontare storie per Michele Mari è «una sorta di esorcismo della condizione umana». Lo ha detto splendidamente nel racconto I palloni del signor Kurz, primo dei diciotto della raccolta Euridice aveva un cane, 1993. Quel calcio ad un pallone è da allora nella stiva di immagini, canzoni e testi che mi scaldano il cuore quando ho bisogno e voglia di emozioni.
Si dice: basta dargli una palla, ai bambini, e quelli si inventano mille giochi. Cosa accade invece se un cinico signore – un mostro – sistematicamente gliela sottrae ogni volta che, calciata male, finisce nella sua proprietà? Accade che quanto si pensava perduto, e con il tempo e l’uso così sarebbe stato, venga invece salvato in quell’inaccessibile altrove al di là del muro.
- Con trepida commozione lo scopre un bambino e un orizzonte metafisico si spalanca dinanzi ai suoi occhi increduli fino a dettargli un atto estremo: calciare volontariamente di là, nella perfetta solitudine della notte, il pallone più bello, l’ultimo regalo del padre in visita al collegio, un Derby Star Deliciae Platearum. E così «quel bimbo – ormai pervaso dallo spirito della consapevolezza, perso il candore infantile che consente il gioco – ripete il gesto antico di Apollo e Diana, che trafiggevano di frecce i più belli e pii tra i giovani per farli morire adolescenti e preservarne in eterno la bellezza». I palloni del signor Kurz è come le frecce di Apollo e Diana.
Un demone «glossolalico, erudito e imitatore» si aggira sin dall’esordio tra le pagine dei libri di Michele Mari. Ne parlammo a lungo in quella seconda conversazione telefonica nel ’93. «Quel demone risponde a un bisogno profondo, balza sulla pagina istintivamente e viene da un gusto mio per ogni tipo di prosa molto diversa dal linguaggio d’uso e da tutto ciò che intende esprimere in modo trasparente ed immediato i sentimenti. Probabilmente nasce da una forma di pudore per cui quando sento che certi argomenti sono coinvolgenti o imbarazzanti tendo ad allontanarli, a prenderne le distanze e cristallizzarli in una prospettiva un po’ incantata e irreale: li ambiento, quindi, nel passato o in luoghi indefiniti, non precisi o volutamente inattuali, oppure ricorro a una lingua inventata.»
Lo sperimentalismo linguistico di Michele Mari non ha nulla a che fare con l’artificiosità ideologica di avanguardie varie sparse nel tempo. È uno sperimentalismo caldo, solitario e creativo, che si nutre di introversione, malinconia, di un senso molto aristocratico della vita e pesca nella tradizione illustre oltre che nella sfera emotiva e fantastica. Senza disdegnare il ricorso all’autobiografismo. Come confidò l’autore a proposito dell’aggressività paranoica e maniacale di alcuni protagonisti dei suoi racconti.
«In effetti, difficoltà di rapporti con il prossimo, chiusura e quindi senso di lotta e aggressività sono anche tratti della mia anima. Nei racconti ovviamente li ho ingigantiti, esasperati, portati alle conseguenze narrative e favolose più grottesche. Non le nascondo che in qualche caso, rappresentandole, ho cercato di scaricare alcune mie nevrosi.»
Con Filologia dell’anfibio, sottotitolo Diario militare, 1995, Michele Mari scaricò invece la nevrosi accumulata nel lontano 1979 al Centro Addestramento Reclute di Como. Solo una sana ventata di filologia poteva spazzar via il degrado espressivo imposto come una dittatura sull’immaginario relativo alla vita di caserma nell’anno di ferma. Solo un filologo, e cioè un alieno, anche rispetto alla media dei letterati, poteva trattare quella materia con tale distanza e forza da imporle la rivoluzione copernicana di un nuovo linguaggio. Questo ha fatto Michele Mari in Filologia dell’anfibio: ha piegato il lessico alto della tradizione e il rigore scientifico dell’approccio metodologico ad effetti non solo di acuta riflessione quanto, soprattutto, di struggente intensità emotiva ed esilarante comicità.
- Filologia dell’anfibio è una cronaca minuziosa in sessantanove capitoletti o voci tematiche – tipo: preparativi, partenza, arrivo, caserma, camerata, prima cena… cubo, adunata, infermeria – illustrate da numerosi e simpatici schizzi o bozzetti esplicativi. Come in un manuale o antologia, guida o atlante, scorrono sotto gli occhi del lettore i momenti, le immagini, le figure salienti del periodo di addestramento, significativo frammento o microcosmo del più vasto mondo militare.
E così Michele Mari – scrittore di formazione classicista, persona solitaria e scontrosa, animata da maniacale e nevrotico furore letterario – s’è preso una bella rivincita su quell’anno forzosamente sottratto alle sudate e amate carte. Michele Mari è uno di quelli, tanto per intenderci, per i quali «il passato è la sola dimensione reale…». Per i quali, quindi, «vivere significa essenzialmente aggiornare il proprio passato», mettendolo per iscritto. Nero su bianco. I libri, insomma, sono per lui sponda irrinunciabile nel gioco di triangolazione con la vita. Il contatto diretto è una modalità di rapporto non prevista nel programma. Che gira solo con la mediazione della parola.
Ve l’immaginate dunque uno così – con il suo «pigiama ortodosso, di cotone azzurrino (i bottoni, le tasche, le pieghe, il revers)» – catapultato all’improvviso nell’orribile promiscuità della caserma? «Ed oh vertigine orrenda, al pensiero (continuamente nutrito dalla crassa evidenza dell’aere) del numero di soldati che respiravano (e soprattutto espiravano) nel medesimo ambiente!» Come poteva reagire uno così al nonnismo e ai gavettoni se non ribadendo la propria estraneità («mi aggirerò un anno fra di voi, e non conoscerete mai la mia vera identità…») e quindi la propria «vocazione (leggi: disperata esigenza) di inventariare analiticamente le cose della vita nella convinzione di potersene impossessare soltanto dopo averle sapute, cioè riflesse e mediate in un ordo enciclopedico-tolemaico che faccia tornare tutti i conti: tutti tutti tutti»?
I conti in realtà non tornano perché «come quella teologica anche la tradizione militare corteggia l’assurdo… facendo del non-senso il proprio unico senso… fino a perpetuarsi come una liturgia resasi pura forma… motivo ornamentale solutosi in mero ritmo…». Non resta dunque che l’attesa. Faccia a faccia col nulla. Come in quest’immagine tra le più belle del libro: «Struggente sopra ogni cosa è il lungolago al tramonto, quando i più soli e i più tristi fra i soldati si siedono uno per panchina a guardare il lago: immobili, il busto inclinato in avanti, le gomita puntate sulle ginocchia allargate… Con questi, con questi soldati il mio cuore batteva solidale…».
La scrittura di Michele Mari, pur nella «coralità e rifrazione di storie combacianti», mantiene sempre come tratto distintivo «il filo del taglio della drammaticità» di una concezione della vita quale solitaria sfida alla perfezione attraverso la parola. Tutto si tiene in questa gara mortale con se stesso… e lo si ama e lo si divinizza come nelle antiche religioni ogni elemento essenziale di un ecosistema.
- Nei tempi più remoti i civilissimi egizi adoravano il coccodrillo, il leone, il gatto, il bue, il cane, il falcone e con i loro volti personificavano gli dèi. La stessa sacralità nella sua fanciullezza Michele Mari ha attribuito a giornalini, giocattoli, puzzle e Urania e di essi ha fatto i protagonisti di Tu, sanguinosa infanzia insieme a Joseph Conrad, Daniel Defoe, Jack London, Herman Melville, Edgar Allan Poe, Emilio Salgari, Robert Louis Stevenson, Giulio Verne: gli «otto scrittori che erano lo stesso scrittore… perché… tutti scrivevano del mare e delle sue tremende avventure, tutti usavano parole meravigliose come bastinaggio e bompresso, tutti conoscevano la geografia più lontana, i venti, le faune, le flore, le costellazioni, il computo della posizione… mi facevano ardere della stessa sete e dello stesso delirio, rabbrividire per la stessa tempesta, sprofondare nello stesso identico flutto».
Michele Mari scrive serî, cimelî, connubî, gonfî… . Afferma che «gli aggettivi sono tutto in letteratura» e per i mostri delle copertine di Urania usa attributi come «loricati e squammosi, catafratti, pelosi, bavosi, mucosi, ungulati, fiammanti, bituminosi, lobati… chtonî, cachinnomorfi… tabefatti…» e così di seguito per una pagina. Michele Mari è «un feticista e un conservatore morboso… tutto archivia con maniacale perfezione» e perciò correda ogni riferimento a giocattoli, giornalini e puzzle con puntigliose e precise informazioni e nel caso degli Urania acclude anche rigorose schede tecniche.
- Il suo animo è quello «del cartografo e dell’archivista, del lessicografo e del naturalista». Il suo miraggio «un’estensione orizzontale del sapere» perché «al senso del cosmo non concorre qualità o essenza qualsia ma solo il principio di quantità nelle sue determinazioni di computabile somma e di istoriabile serie». La frenesia cumulativa di Michele Mari ha l’intensità ossessiva del folle che pretende di ricomporre in unità l’infinito puzzle del mondo per ammirarne la perfezione in un attimo di stupefatta solitudine: come da bambino quando con la madre rimetteva insieme i trentottomila pezzi di un Gauguin, per poi disfarlo immediatamente ed escogitare e cimentarsi in prove simili ma sempre più difficili e costose fino alla rovina economica.
La scrittura di Michele Mari è impregnata della sua febbre. Ogni racconto di Tu, sanguinosa infanzia ha struttura narrativa di climax convulsivo lucido (per disposizione e rigore) e selvaggio (per progressione) come una temperatura che sale dall’allucinazione all’inebetimento fino all’approdo illuminato di Otto scrittori, che nella compiuta cosmologia di Tu, sanguinosa infanzia è l’equivalente dell’empireo dantesco… con gli otto signori del mare raccolti in azzurra rosa dei beati nel Pequod di Achab, ognuno nel cielo di una differente qualità della perfezione letteraria.
E dove lì è il Paradiso Terrestre qui sono i giornalini, i giocattoli, i puzzle e gli Urania, e dove lì è la Luna qui è Verne, e dove lì è Mercurio qui è Defoe, e dove lì è Venere qui è London… e così di seguito scrutando ogni autore nelle sue proprietà in modo spietato e appassionato per collocarlo infine nel posto del proprio cuore che a lui compete e che tutti insieme essi e non altri posseggono perché nella letteratura è in realtà la vita. Parola di Michele Mari.
Larga la foglia, stretta la via, de I convitati di pietra diranno i giurati, su Michele Mari io ho detto la mia.
P.S. Rosso Floyd, 2010, non è un libro, è leggenda, pura psichedelia letteraria. Solo questo, su Syd Barrett: «Syd è impazzito perché era sempre un passo più avanti, e non essere mai in sintonia con gli altri fa di te un naufrago su uno scoglio, o un astronauta perso nello spazio. Qualsiasi cosa facesse o pensasse era sempre all’avanguardia, sempre: a un certo punto si trovò così in là che intorno a lui non c’era più nulla, e in quel vuoto precipitò».



