Caro Alessandro, scusa l’espediente di una lettera che lettera non è. Avevi quarant’anni, quella notte del 26 novembre 2017 quando non ti sei più svegliato, e da allora chissà dove sei. Dunque, non parlo a te, ma di te. Del tuo lavoro letterario di verità. Verità è una parola grossa. Anche bellezza lo è. Per me verità e bellezza sono la stessa cosa, come spazio e tempo, non c’è l’una senza l’altra. La bellezza di Uomini e caporali è la sua inoppugnabile verità. Ancora oggi attuale perché da quel 2009, anno di pubblicazione del tuo libro, le cose non sono cambiate: sono solo peggiorate, drammaticamente.

  • Quando leggo certi articoli di cronaca mi sembra di essere fra le pagine di Uomini e caporali. Sai che c’è di diverso? Che adesso gli schiavi si ribellano e i caporali li ammazzano, senza neppure nascondersi, o quasi. È agghiacciante il filmato in cui si vedono due caporali a volto scoperto, alla luce del giorno, cospargere di benzina una macchina ferma ad un distributore di Amendolara, in provincia di Cosenza, con cinque lavoratori a bordo. Solo uno di loro si salverà dalle ustioni buttandosi fuori dal portellone posteriore.

Nel tuo Uomini e caporali non ci sono parole che commuovono ma la crudezza oggettiva di un reportage. Tu acconti, con inoppugnabile precisione, l’operazione Paradise del 19 agosto 2005. Quel venerdì lì, all’alba, i carabinieri di Ortanova (Foggia) entrarono in forze in un edificio fatiscente, un tempo sala ricevimenti. Vi trovarono novantacinque polacchi e quindici slovacchi ammassati su materassi rancidi fra sciami di mosche e zanzare. Niente luce, non un servizio igienico. Al posto del bagno, una buca scavata nel terreno.

  • I centodieci uomini del Paradise – quasi tutti molto giovani, ma alcuni oltre i quaranta – erano impiegati nel lavoro stagionale di raccolta dei pomodori. Li aveva attirati in Italia il miraggio di un guadagno fino a ottanta euro al giorno: un’enormità rispetto a un salario, in patria, per chi un lavoro ce l’aveva, di trecento euro al mese. Di fatto, se erano pagati, cosa nient’affatto scontata, a loro, come a tutti gli altri, non venivano dati più di quindici euro dopo diciotto ore (dalle quattro del mattino alle dieci di sera) a riempire cassoni di quasi tre quintali ciascuno con temperature anche di trentotto-quaranta gradi all’ombra.

Tu, quindi, nel tuo libro ti chiedi se gli umiliati e offesi del Paradise non abbiano mai provato a ribellarsi, prima dell’irruzione della polizia, perché ridotti in condizioni di schiavitù. Ebbene, la strage di Amendolara una risposta l’ha data, di una ferocia inaudita, ancor più chiara e grave dell’enormità patita da quel giovane polacco, di cui racconti, probabilmente ammazzato e poi dato in pasto al traffico della statale, maciullato e sfigurato al punto da non poter essere identificato.

  • Chissà se per Amin Fazal Khogjani (ventottenne), Ullah Ismat Qiemi (diciannovenne), Safi Iayjad (ventisettenne) e Waseem Khan (ventinovenne) ci sarà un gesto di pietà come c’è stato per il «polacco ignoto». Incoronata Di Nunno, tu racconti, settantacinquenne, ex bracciante agricola di Orta Nova, sentendo nei confronti dei nuovi schiavi la fraternità di una condizione che fino a ieri era la sua come di tanta altra nostra gente, nel cimitero del proprio paese per quel giovane ha fatto costruire una tomba perché, prima che lo dicesse nei giorni scorsi papa Leone, lei sapeva nel suo cuore che «la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando attraversa una frontiera». Con Uomini e caporali al «polacco ignoto» anche tu, come Immacolata, hai dato il volto fiero di una storia antica.

Caro Alessandro, c’è poi un’altra novità, e viene da Milano. In realtà novità non è, da tempo il re è nudo ma questa volta l’hanno fermato con le valigie in mano all’aeroporto di Bergamo. Nel tuo libro, che parla delle campagne globalizzate del Tavoliere, i caporali sono polacchi, albanesi, romeni, ma anche lituani, algerini, marocchini… comunque manovalanza. Tu spieghi che essi non sentono alcun vincolo di comunità e perciò se ne fregano sia delle nostre leggi sia dei loro connazionali, che non hanno visto prima e non vedranno mai più dopo. Non hanno alcun interesse a salvaguardare il proprio ruolo sociale – come i caporali di un tempo, quelli del territorio – ma solo fretta di arricchirsi per scappare con i soldi altrove.

  • Sono loro a garantire il rifornimento quotidiano di manodopera sottopagata ai proprietari terrieri di casa nostra. Sono loro a prendere in ostaggio all’arrivo in Italia i nuovi braccianti, stracciando subito con la violenza delle parole prima ancora che dei fatti ogni accordo da questi preso in patria. Sono loro a imbottire i nuovi schiavi di anfetamine per renderli più produttivi, ad inseguirli nelle campagne quando si ribellano e scappano. Ad ucciderli, come mostra il video di Amendolara.

Ebbene, oggi ci sono anche caporali con i colletti bianchi. La cronaca: «I carabinieri hanno fermato all’aeroporto di Orio al Serio, mentre stava cercando di lasciare l’Italia per volare a Istanbul, il quarantanovenne manager turco Ulas Demir, legato alla Caddell Construction. L’azienda americana, secondo la Procura di Milano, sarebbe coinvolta nel “para-schiavismo” di centinaia di manovali indiani sfruttati nel cantiere da 200 milioni di dollari presente sull’area dell’ex Tiro a Segno del capoluogo lombardo per la costruzione del nuovo consolato Usa».

Milano o Amendolara, provincia di Cosenza. Edilizia o agricoltura. Multinazionale americana o padroncini locali. Cambia tutto, apparentemente. Non cambia nulla, nella sostanza. L’avidità non ha non ha passaporto né perde ferocia quando attraversa una frontiera. Se ne frega di ogni decenza. Sfrutta la fame. Gli operai del cantiere di Milano erano pagati meno di tre euro all’ora e lavoravano in condizioni simili a quelle dei centodieci umiliati e offesi del Paradise.

C’è una letteratura prigioniera della forma che, inseguendo il bello, sconfina nella retorica. I tuoi libri, caro Alessandro, sono realtà aumentata. Con il tuo giornalismo d’inchiesta e narrazione di fatti e storie di vita, hai aperto alla nostra visione prima le condizioni di vita dei ghetti, poi con La frontiera le coordinate storico-politiche dei flussi, il prima del viaggio e le cause che lo provocano.

  • Caro Alessandro, il tuo impegno è stato grande e di incontri ne hai fatti tanti. Io ho fermo un ricordo dell’estate del 2017 quando ci arrampicammo a Monteleone di Puglia nel Subappennino dauno (900 abitanti), il paese più alto della Puglia (842 metri), per un’iniziativa dell’amministrazione comunale sul tema dell’accoglienza e della pace. Alla fine della manifestazione, soddisfatto del suo esito, il sindaco commentò: anche nella prospettiva di sviluppi operativi, sono state più utili queste parole che tanti discorsi di anni di qua e di là, in televisione e sui giornali.

Bellezza e verità sono utili, più di ogni cosa. Caro Alessandro, tu lo sapevi, e a questo hai lavorato.

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