
Nei trentadue racconti ora disponibili in volume con il titolo Caducità è tutta la ricchezza della scrittura di Sandro Veronesi, due volte premio Strega (Caos calmo, 2006, Il colibrì, 2020), come finora solo Paolo Volponi. Dunque un grande ed oggi ancor di più, con questa ulteriore conferma che vale più di un premio e giustifica l’azzardo di due impegnative cover, arrangiamento personale di testi altrui, come accade in musica con le canzoni. La prima è ispirata a un racconto di Dino Buzzati del 1968, Qualcosa era successo, la seconda a un brano musicale dei dEUS, Nulla finisce davvero.
- I racconti di Caducità abbracciano una vita. Il primo in ordine cronologico, Pareidolia, del tutto inedito, come altri due, smarrito e ritrovato in modo fortuito, è del 1983. Altri quindici sono apparsi nel corso degli anni in riviste o in opere collettanee oppure semplicemente letti in pubblico. Quattordici, invece, erano già stati pubblicati in una precedente raccolta, Baci scagliati altrove.
Le prime pagine del libro sono un prezioso regalo ai lettori: anziché alcune righe di una citazione in esergo, un intero testo, quello più breve di Freud, ovvero alcune pagine dal titolo Caducità, mutuato da Veronesi per il proprio libro. Non a caso. Freud racconta il confronto avuto nel corso di una passeggiata con un giovane poeta già affermato, Rilke.
Vedendo tanta bellezza intorno a sé, questi si rammarica perché «Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato». Freud ammette il fondamento oggettivo del sentimento dell’amico («ciò che è doloroso può pur essere vero») ma ribatte che «Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio».
Veronesi sta con l’uno e sta con l’altro. La grande vitalità e struggente bellezza dei suoi racconti è nella convivenza acrobatica in ognuno di essi tra consapevolezza dell’assoluta vanità (o quanto meno fuggevolezza) del tutto e pieno abbandono alle infinite suggestioni del reale. Perfettamente in linea con «Non posso continuare. Continuerò» di Beckett, «Dio di allora», ovvero nume tutelare dell’esordio narrativo.
Nel primo racconto di Caducità (Polmoni) il buio totale della morte più dolorosa (quella della propria madre) è sovrastato da tenera e stupefatta epifania di bellezza. Il racconto comincia così: «Una volta Satana mi ha tentato … con solennità e fatuità insieme, mi ha tentato – con innocenza, addirittura, o meglio con una malvagità terminale travestita da innocenza». Se il Male è subdolo e ti invita ad attardarti al bar (che vuoi che siano cinque minuti per un cappuccino, c’è tempo per l’ultimo saluto a tua madre), la Grazia (che ti attrae a sé e ti fa essere al posto giusto nel momento giusto) è un lampo («Sei bellissima»), una semplice esclamazione, ma ricolma di pacata e inscalfibile fede nell’umana vittoria sulle rovine del Tempo.
In Profezia la tensione drammatica della vita che combatte corpo a corpo con la morte ha intonazione biblica di predizione che si avvera, come nell’Apocalisse di Giovanni cui l’autore si è ispirato. Il racconto al futuro dei giorni trascorsi nelle cure e nel dolore ad assistere e alleviare l’agonia del padre trasforma con potenza visionaria la nuda cronaca in destino:
«Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l’animo tuo, e ti dico che ti adopererai e ti industrierai affinché tuo padre non muoia in un letto d’ospedale bensì, secondo le sue volontà, nel suo, nel cuore della sua dimora, al primo piano della palazzina razionalista di via Bruno Buozzi 3 in Prato, da lui stesso progettata nel 1968, dove sei stato ragazzo».
Più marcati sono i riferimenti personali, maggiore è la loro densità simbolica. In Caducità non conta il punto di partenza ma di arrivo. Con tocco magico di universalità la mediazione della scrittura trasforma sempre ogni mondo in tutt’altro, fino al punto che quest’ultimo qualsiasi lettore può riconoscerlo come proprio. È il gioco dei Piattini, che devono susseguirsi in aria senza mai cadere.
- Che c’entriamo noi con l’acrobata di gran successo che un giorno si incanta nel vedere un giocoliere con i piattini e a dispetto di parenti e amici lascia la propria specialità per mendicare con gran soddisfazione pochi spiccioli con questo numero? Non c’entriamo nulla, ovviamente, però… Al posto dei piattini metteteci i tanti minuti impegni quotidiani che un giorno di punto in bianco hanno soppiantato il sogno giovanile di fare qualcosa di grande e che da allora affannosamente incastriamo fra loro per tenerli tutti in piedi, guai se casca qualcuno!, e tanto ci basta per essere soddisfatti ancor più che se avessimo realizzato quel grande sogno lì.
Di più. Quella dei piattini è anche una gran metafora della differenza fra romanzo e racconto, parola di Sandro Veronesi, ascoltato con piacere qualche sera fa in libreria con il critico letterario Generoso Picone. Un racconto ha obbligo ontologico di tensione e ritmo che un romanzo deve necessariamente disattendere per provvedere ad incombenze varie, informative, descrittive, storiche, psicologiche e così via… In termini calcistici, un racconto è pressing alto e verticalizzazioni, riaggressione e velocità, un romanzo è anche tiki taka, costruzione dal basso e palleggio orizzontale. In un racconto i piattini devono sempre volteggiare in aria, in un romanzo non possono non cadere.
- In realtà, come da sue dichiarazioni dei lontani tempi dell’esordio, proprio questa è la grande qualità dei migliori romanzi di Sandro Veronesi: che sono scritti alla maniera di racconti, senza up and down ma in continua trazione anteriore di sfida sfrontata ad ogni pigrizia e convenzione – come Brunelleschi costruì la sua cupola: «senza centinatura», e cioè scaletta o struttura portante – caparbiamente seguendo l’unico bisogno di dar fondo al proprio mondo, nella convinzione che il romanzo moderno può di nuovo essere generosità ed abbondanza, un «grande circo» nel quale salvare ogni storia vendicandola dall’oblio come nella grande tradizione dell’Ottocento realista e del Novecento americano.
Caducità non è un romanzo – come per esempio, tra i tanti, Venite venite B. 52, in assoluto il nostro preferito – ma è lo stesso un grande circo con trentadue numeri di alta scuola, ovvero: piattini sempre in volo, che nei loro volteggi spaziano dalle memorie di infanzia e adolescenza ai drammi della quotidianità e si confrontano irriverenti con la protervia tecnologica del nostro inquieto presente.
Via Po, 6 giugno 2026, https://conquistedellavoro-ita.newsmemory.com/



