
A Limoges in Francia incendiato il municipio, crolla una torre secolare. Macron gonfia il petto: Mancano aule?, mangiate brioches. A Tirana in fiamme il ministero della pubblica istruzione. Rama accusa Russia e Iran, poi gli spiegano che non si tratta di droni. A Milano saccheggiati negozi in centro da giovani incappucciati anche undicenni, uno dei manifestanti: «In vetrina c’erano borse che costano più dello stipendio di mio padre». Salvini invoca un decreto anti-maranza, castrazione chimica. Vannacci rilancia: anche per i genitori. Il campo largo (alias Letargo) lancia la sfida: volete le tende o i gazebo?
Tranquilli, anche per oggi niente rivoluzione. Peggio, «guerra civile molecolare». Parola di Hans Magnus Enzensberger a cui Byung-Chul Han, sudcoreano di scuola tedesca, si rifà con doviziosi approfondimenti nel primo capitolo del suo La società senza rispetto. Han parte dal filosofo politico statunitense John Rawls, Una teoria della giustizia, 1971. Per Rawls in una società «bene-ordinata» la giustizia è «la prima virtù delle istituzioni sociali» e il rispetto di sé è «il bene primario più importante». Il rispetto di sé e quello per gli altri vanno di pari passo, sono due facce della stessa medaglia: il primo implica il secondo.
Essenziale per il rispetto di sé è «verificare che la nostra persona e le nostre azioni sono apprezzate e convalidate dagli altri che, a loro volta, sono stimati e di cui si ama la compagnia». Una persona ha rispetto di sé quando ha «fiducia nella propria abilità personale a portare a termine, fin dove è possibile, … la sua concezione del bene, il suo piano di vita». Il rispetto è un legame comunitario. Una società bene-ordinata favorisce le condizioni che lo vivificano come, per esempio, forme associative e di tutela. Il rispetto per gli altri presuppone la capacità di «vedere la situazione degli altri dal loro punto di vista, nella prospettiva della loro concezione del proprio bene».
Nella società neoliberale, invece, il rispetto non è più bene primario di ogni essere umano in quanto «soggetto morale» ma il risultato di una prestazione individuale: uno status che viene soddisfatto dalla professione, dalla carriera, dal reddito e dalla ricchezza. È il «materialismo del possesso». Il rispetto si conquista in competizione spietata con gli altri. Tutti guerrieri solitari, detti nella neolingua «imprenditori di sé stessi». Chi vince prende tutto. La diseguaglianza sociale aumenta.
«La società della prestazione distrugge quell’ambiente sociale all’interno del quale ci sentiamo protetti e apprezzati; e incrementa una forza centrifuga distruttiva che slega le persone le une dalle altre, per disperderle… La giustizia lega, associa e riconcilia. La prestazione frammenta, isola, atomizza. In tutti i ceti sociali domina un’angoscia per l’incremento, il mantenimento o la perdita di status». I perdenti sono «abbandonati e umiliati, fino al punto di perdere il senso di appartenenza alla società». È la fiumana del progresso che chiede dazio.
Le aggressioni diffuse (non di rado gratuite: Ci annoiavamo) sono prime forme di quella guerra civile molecolare che ha come protagonisti «anti-eroi con un ego danneggiato, impoverito, svuotato». Senza ideali né ideologie. Tutt’al più slogan che sono «pura farsa» per nascondere un vuoto di senso. I perdenti rivolgono la loro violenza contro tutti, anche contro se stessi. Non sono classe, tra loro non c’è alcuna solidarietà, ciascuno è isolato in se stesso.
«All’interno dei social media la lotta per il rispetto viene disputata nei termini di una lotta per ricevere attenzione. Chi non riceve alcun feedback positivo si sente ferito e umiliato… Soprattutto per gli adolescenti, la mancanza di riconoscimento ha come effetto una crisi a livello esistenziale. Le immagini idealizzate diffuse dagli influencer rappresentano una fonte ulteriore di offesa, che nasce dal sentimento di non essere abbastanza.»
Han poi cita la conclusione del saggio autobiografico Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali in cui di Richard Sennett «esprime la speranza che le arti performative possano aprire gli occhi sull’espressione pratica del rispetto reciproco». Sennett parla di «jazz sociale… I musicisti… suonano l’uno con l’altro. E soprattutto seguono degli ideali comuni. Essi sono legati gli uni agli altri da un senso che li accomuna». Conclude Han: «Un tale essere insieme nel suono e per il suono si approssima alla società bene-ordinata descritta da Rawls».
In musica si chiama spartito, in politica programma. Chi è sicuro delle proprie ragioni di lotta e vuole affermarle deve comprendere nel proprio programma anche quelle di chi, senza capirle, le sue ragioni le esprime con la rabbia e la violenza, facendo così del male a tutti ed anche a se stesso. I problemi strutturali hanno tempi di risoluzione lunghi, a maggior ragione una forza popolare deve tenere aperte sponde di dialogo, far sentire tutti i perdenti parte di una lotta comune, riunire sotto la stessa bandiera ragionevoli e violenti, ZTL e periferie: altrimenti ogni volontà di cambiamento si perderà nell’astensionismo come lacrime nella pioggia oppure sarà pianto e stridore di denti nel voto per qualche pifferaio magico.
https://www.ilmondonuovo.club/la-societa-bene-ordinata-e-la-guerra-civile-molecolare/
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