
Il primo amore non si scorda mai, e neppure la prima intervista. Tanto più che la mia prima volta è stata con Tonino Guerra. E ho detto tutto. L’occasione fu il suo romanzo La pioggia tiepida, appena pubblicato da Rusconi.
Correva l’anno 1984, ma non tanto veloce, visto che poi è stato superato dal 1985 e via via da tutti gli altri fino a quello in corso, grondante di sangue e guerre (appropriazione indebita e manipolazione da ©Andrea G. Pinketts).
Io ero a Varese, lui non so dove, infatti ci sentimmo per telefono. Forse era a Santarcangelo di Romagna, dove era nato, o forse a Roma, dove viveva dal ’53. Oppure in giro per l’Italia, chissà. Non credo fosse a Pennabilli, sulle colline intorno a Rimini, dove le sue ceneri sono incastonate nella roccia in un punto sulla vallata nei pressi della casa in cui ha vissuto gli ultimi venticinque anni. Sicuramente allora me lo disse, dove era, ma ora non ricordo.
- Ricordo, invece, l’emozione di parlare anche se a distanza con lo sceneggiatore di Petri, Damiani, De Sica, Monicelli, Rosi, Tarkovskij, Fellini… ma per me soprattutto lo sceneggiatore di Zabriskie Point di Antonioni, che nel ’70 con il lacerante urlo finale nell’apocalisse conclusiva sulle musiche dei Pink Floyd, insieme a quella di tanti altri, aveva fatto esplodere anche la mia rabbia giovane. Quell’urlo lo avevamo ancora dentro l’anno successivo, i miei amici ed io, quando da Foggia andammo “in pellegrinaggio” a Roma al concerto muto di luci psichedeliche dei Pink Floyd al Palaeur, con ritorno a piedi alla stazione Termini.
Dell’intervista ricordo il microfono a ventosa sulla cornetta del telefono grigio della Sip con al centro la grande rotella dei numeri, io sulla poltrona a fianco al tavolino, bardato con la cuffia a far le prove minuti e minuti prima dell’ora precisa dell’appuntamento fissato con Giuseppe Pederiali, responsabile dell’ufficio stampa della Rusconi e autore a sua volta, ma questo è un altro discorso, c’è tempo per parlarne. Poi la composizione dei numeri, lo scatto pacioso della molla come una giocosa tagliola, i due tasti play e rec. schiacciati insieme e la lucina rossa della registrazione… Ciak si gira. Anzi no, non ancora.
- Devo dire questo, prima di cominciare. Al tempo dell’intervista non lo sapevo, imperdonabile, ma vabbè, non c’era Wikipedia. Ora, però, non posso tacere. Dunque, Tonino Guerra è stato prima di tutto (cronologicamente) poeta dialettale, e questo mi era chiaro, ma non sapevo affatto come avesse scoperto il proprio talento. Ed ecco. Subito dopo la sessione estiva degli esami universitari del 1944, tornato a Santarcangelo, fu arrestato quel giorno stesso perché antifascista e, quindi, rinchiuso prima a Fossoli (Mo) e poi internato in Germania nel campo di concentramento di Troisdor.
Fu così che: «Mi ritrovai con alcuni romagnoli che ogni sera mi chiedevano di recitare qualcosa nel nostro dialetto. Allora scrissi per loro tutta una serie di poesie in romagnolo». Quelle poesie, trascritte da un compagno di prigionia, poi furono lette e subito molto apprezzate da Carlo Bo, «una volontà di pulizia interiore, un senso esatto delle cose e delle voci». Attorno a Tonino Guerra a Santarcangelo si riunirono, quindi, amici e poeti più giovani tra i quali Raffaello Baldini.
- La pioggia tiepida è una festa degli occhi. Nelle parti descrittive c’è una ricchezza e una qualità, così solare e luminosa, peraltro nel romanzo c’è un caldo meridiano, che leggendo ti sembra di avere davanti e poter toccare con mano la vita in azione con la sua variopinta umanità. Poesia, cinema e narrativa in un’unica realistica magia. Leningrado e Mosca sembrano Macondo, stesso incanto visionario.
La parola a Tonino Guerra. «Prima di tutto io ho scritto delle poesie e già quando scrivevo poesie molti dicevano: “Sono delle poesie piene di immaginazione e pronte per gli occhi”. Ho sempre pensato così. Ho sempre scritto così. Nel cinema ho cercato di portare questa mia fantasia e questo mio mondo colmo di immagini. Non è stato il cinema che mi ha dato le immagini ma ho l’impressione, per quel po’ che ho potuto dare, di aver dato io, come poeta, le immagini al cinema.»
La pioggia tiepida racconta un viaggio in Georgia ma la vicenda si svolge contemporaneamente su due piani, quello reale e quello fantastico. «Tutto quello che io ho scritto è vero. È vero che io ho degli amici a Mosca ed essi mi parlavano di questa strana storia che era nell’aria di un generale, vissuto al tempo di Napoleone, che aveva un cane attendente. La favola mi ha portato alla realtà. Sono andato, quindi, a Leningrado per immaginare come poteva essere la Pietroburgo di allora e durante il mio viaggio, prima a Leningrado e poi in Georgia, sono sempre stato accompagnato dall’idea di questo generale che aveva un cane attendente e, nei momenti di pausa, nei momenti di viaggio, la fantasia si muoveva e mi teneva compagnia la soluzione di questo problema e quindi l’invenzione della favola. Spero che, come me, chi legga si affidi al racconto e si innamori, magari, dei personaggi per avere quel godimento che può dare la storia.»
I personaggi.
«I personaggi della favola sono un generale in pensione che ha la naturale malinconia che può avere un uomo che non comanda più e un cane il quale pretende di spingere il generale a fare qualcosa. Sono due persone in esilio, che dall’esilio cercano di dare dei segnali di vita. I protagonisti del viaggio sono un uomo che va a curarsi, che viaggia, e un regista. Quest’uomo che va a curarsi, in fin dei conti, sono io e quest’uomo cerca, anche, il tempo dell’infanzia e, quindi, cerca anche tutto quello che è stato già macerato dai giorni passati. Non è un fatto nostalgico che uno cerchi il passato. Dimenticare il passato va bene ma, ogni tanto, ricordare quello che si è dimenticato è bello.»
- In quell’anno lì, 1984, c’era ancora il comunismo (cosiddetto) e l’URSS. I capi del Soviet Supremo morivano di vecchiaia uno all’anno. Morto Andropov, a febbraio, salì al potere Černenko. Gorbaciov, perestrojka e glasnost scalpitavano in panchina e dovettero aspettare fino al marzo successivo i funerali di Černenko. A Berlino c’era ancora il muro e solo il 21 luglio 1990 – primo ed ultimo giorno di festa e di pace, prima della Grande guerra mondiale a pezzi – Roger Waters avrebbe cantato The wall davanti a 350.000 persone in Potsdamer Platz, nella vecchia “terra di nessuno” tra Est e Ovest. Al tempo de La pioggia tiepida, negli USA c’era l’arcinemico Reagan. Insomma, eravamo in piena Guerra fredda. Eppure le frontiere erano aperte e se avevi amici a Mosca e andavi a trovarli, che fossi italiano o turista americano, ce ne sono nel romanzo, non ti dicevano “putiniano” e ti guardavano storto, o peggio. Tonino Guerra in uno dei suoi tanti viaggi in Russia conobbe anche la seconda moglie, sposata nel 1977.
Io, invece, nel suo romanzo, a pagina 48, quell’anno lì, 1984, ho trovato la definizione di letteratura della mia repubblica ideale: «questo grandioso tentativo … di affratellare popoli diversi». Oggi, invece, tanti, irresponsabili, scioccamente si adoperano affinché mentre parlano i cannoni tacciano le muse. Al contrario, quando c’è guerra solo le muse, da una parte e dall’altra, con la loro voce possono zittire i cannoni. Comunque, Tonino Guerra quella frase la scrisse vedendo la variopinta umanità imbarcatasi con lui ad Odessa per andare a Batumi in Georgia. Quella frase nella sua interezza fa così: «La nave stracolma di passeggeri provenienti da tutte le repubbliche riconferma questo grandioso tentativo del governo di affratellare popoli diversi».
Poi a Batumi, la pioggia tiepida, «una pioggia distensiva che porta sulla soglia di miraggi vicinissimi». Parola di Tonino Guerra.
«In Georgia ed a Batumi specialmente, ogni tanto, durante l’estate o verso la fine dell’estate, ci sono queste piogge. Mi pare che Mandel’štam, questo grande poeta, scrisse un libro che si chiama appunto Pioggia tiepida a Batumi. Anch’io ho goduto di questa pioggia ed è affascinante ricevere addosso una pioggia calda. Quando ti si chiudono gli occhi per necessità, perché la pioggia te li fa chiudere quando – dopo averti bagnato i capelli – ti arriva sulle sopracciglia e le ciglia, hai davvero un momento di sogno. Certo è un fenomeno formidabile, ha una magia proprio da andare a cercare. Il libro, infatti, vuole essere anche un consiglio di viaggio; un consiglio per andare a vedere questi posti straordinari dove ancora ci sono boschi con piante selvagge e dove ci sono questi bagni selvaggi abbandonati in mezzo ai boschi in baracche di legno.»
Ad un certo punto lei dice al suo amico Agagianian: «C’è qualcosa di sbagliato in questa umanità condannata a ripetere gli stessi gesti e a combattere il disordine. Il disordine probabilmente va rispettato di più…». È il disordine che alimenta la creatività?
«Non si può che rispondere in termini di impressioni e riflessioni personali. Io, naturalmente, amo l’ordine, anche l’ordine delle cose, delle case ma, se devo scrivere, ho bisogno di essere in mezzo a montagne di libri, di bottiglie, montagne di cose ammucchiate e senza parentela tra di loro che subito mi danno la sensazione di un mondo lontano. Immediatamente sedendo in mezzo a questa confusione, io ho accanto a me il mondo e subito l’immaginazione si mette in moto. Se io sono nell’ordine mi sento già in ospedale, c’è qualcosa che non funziona.
«Io ho visto lo studio di Morandi, questo grande pittore, e ho visto la sua camera da letto. La camera da letto era un letto appoggiato al muro, pulitissimo, a una piazza, con tutte le pareti lì accanto nitide, spolverate continuamente dalle due sorelle; poi, sul pavimento, a un metro dal letto, lungo il muro, un’infinità di bottiglie verso le quali erano obbligate le due sorelle a gettare tutta la polvere. Attraverso questi becchi di bottiglie, questi colli di bottiglie pieni di polvere, Morandi aveva la sensazione di guardare la città immensa, la metropoli, aveva l’impressione di guardare New York.
«Che cosa dire? Questo è un fatto e l’altro fatto è proprio che nella vita si può essere impiegati, normali come si può essere vagabondi ma spesso uno vuole essere una cosa e più spesso ne diventa un’altra. A me affascina poter suggerire con la scrittura qualche cosa che possa vincere il dolore della solitudine. Vorrei aiutare, se posso, gli uomini in qualche modo, anche con delle storie tristi.»
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