
Ognuno ha la sua odissea. Per Lea Ypi Itaca è una foto della nonna Leman. La vede per caso un giorno in rete pubblicata da un tizio che non conosce. È uno scatto in bianco e nero del ’41 e ritrae i nonni in un momento del loro viaggio di nozze a Cortina: «Una giovane coppia elegante fissa l’obiettivo, allungata sulle sdraio di un albergo di lusso. Sullo sfondo si vedono due paia di sci appoggiati al muro…». Gli sposi sembrano felici, immemori della tragedia in corso in Europa e nel loro Paese, l’Albania. La foto diventa subito virale, per due ragioni.
- La prima è che Leman Leskoviku e suo marito Asllan Ypi appartenevano a famiglie molto in vista dell’aristocrazia con funzionari di alto rango ai tempi dell’impero ottomano e dopo la sua fine l’una e l’altra sempre nel vivo dei nuovi apparati statali con personalità laiche e di formazione illuministica, poi antifasciste, infine vittime del comunismo. L’altra ragione per cui la foto cattura attenzione e commenti è il profilo professionale della nipote dei due giovani sposi, l’autrice, Lea Ypi: insegnante universitaria a Londra di Filosofia politica ed esperta di marxismo e teoria critica. Dunque, nel profluvio in rete di bugie e volgarità, ai nonni viene imputata correità nella «degenerazione e bancarotta morale delle élite», causa dei tanti «castighi» del Paese, mentre l’autrice per i suoi studi è tout court «una puttana comunista», come pure sua nonna perdipiù «collaborazionista dei fascisti».
Dignità (traduzione dall’inglese di Elena Cantoni) nasce da uno scatto d’orgoglio e un rovello, è un romanzo figlio del titolo. Asllan Ypi è imprigionato dal nuovo regime di Enver Hoxha nel ’46 e condannato a quindici anni di galera. La moglie Leman cresce da sola tra infinite difficoltà il figlio Xhafer – soprannominato Zafo, padre dell’autrice – senza mai piegarsi a compromessi. La nipote Lea, dunque, s’avventura nella sua opera per rivendicare la dignità della nonna contro chi in rete scrive che quei mostri di comunisti con le loro vessazioni gliel’avevano strappata. Al tempo stesso, però, conoscendone gli ideali giovanili, il suo rovello è: ma è stata davvero felice Leman quei giorni a Cortina nonostante l’inferno che si era scatenato in Europa e nei Balcani?
- Dignità ha solide fondamenta storiche, frutto di un caparbio e rigoroso lavoro di ricerca: «tre anni, cinque Paesi, otto archivi e varie migliaia di pagine». Attraversa tutto il Novecento, con principio e fine del secolo in cortocircuito incandescente già nelle prime pagine. Il romanzo comincia con l’autrice che si presenta su appuntamento in un ufficio dei Servizi segreti di Tirana per cercare l’originale di quella foto pubblicata in rete e accedere alla documentazione, ormai desecretata, raccolta sulla nonna nei decenni della dittatura. È l’inizio di un’odissea narrativa nella memoria di famiglia.
Partenza da Salonicco, paradiso perduto e patria d’elezione, nel lessico di casa «Salonique la Magnifique». Siamo nell’ultimo scorcio di vita dell’impero ottomano, poco prima della Grande Guerra del ’14-18. Salonicco, porto di primaria importanza, era una metropoli multiculturale. La nutrita comunità di ebrei sefarditi (circa la metà della popolazione) condivideva in pace spazi, mercati, affari e spesso anche la lingua (il ladino o giudesmo, un giudeo-spagnolo) con greci ortodossi, turchi musulmani, bulgari, serbi, armeni e levantini.
- La famiglia di Leman (di origine albanese) possedeva grandi piantagioni di tabacco. Il capostipite era un Pasha, titolo onorifico riservato a personalità di particolare rilievo, come specifica il breve glossario che conclude le utili note introduttive dopo elenco dei personaggi, cronologia e mappe. A Salonicco Leman è stata felice. Con la zia Selma parlava in francese, insieme leggevano libri sulla rivoluzione del 1789 o autori dell’illuminismo e del romanticismo, come Madame de Staël. Per essere chiari: basterebbe il raffinato affresco delle vicende della famiglia Leskoviku nel bagliore del crepuscolo ottomano a fare grande Dignità. Questa storia felice, però, sarà poi dolentissima e funesta. Presagio dell’incombente catastrofe collettiva, la tragica fine della zia Selma. Anche per questo dolore e per affermare la propria indipendenza, economica dalla famiglia e sentimentale da un corteggiatore sgradevole, dopo il liceo Leman lascia Salonicco e va a studiare a Tirana.
È la stagione delle illusioni, che viene e va e all’improvviso senza accorgersi Leman la vivrà. L’amore per Asllan, il matrimonio, il viaggio di nozze a Cortina, il figlio… la smania d’eleganza e la civettuola leggerezza dell’affettuosissima e inseparabile cugina Cocotte… la politica, con la speranza mai doma – anche durante l’occupazione militare prima italiana, poi tedesca – di un approdo del Paese alle elezioni, alla democrazia, alle riforme, ad una civiltà dei rapporti umani come quella letta nei libri in francese insieme alla zia Selma. Ma è solo un attimo, ogni felicità svanisce come svaniscono i sogni al mattino e mai più ritornerà. Dopo la guerra è subito dittatura e da un giorno all’altro Leman si troverà da sola in uno sperduto villaggio a scavare canali dall’alba fino a sera con il marito in galera e il figlio ammalato ai polmoni.
Al di là dello specifico contesto, queste parole dell’odioso Gustav, il fidanzato sgradevole, valgono come monito di ogni cambiamento radicale: «Gli agnelli diventeranno aquile, e faranno ciò che fanno le aquile quando hanno fame – troveranno una preda. Il concetto di bene è legato al risentimento: non c’è altro modo. Solo predatori che trascinano via agnelli, e agnelli che in seguito diventano predatori. Chiunque si trovi nel mezzo è destinato a sparire. Chiunque. Compresi voi».
Alcuni anni fa ha commosso tanti al cinema il film Le vite degli altri sul delirio spionistico della Stasi nella Germania dell’Est, ancor di più commuoverà leggere in Dignità la trascrizione dei rapporti dei vari informatori ai Servizi sull’«oggetto Leman Ypi, classificazione 2B, sospettata di essere agente straniero». Una ragnatela di anonimi collaboratori con variopinti nomi in codice: Berretto Rosso, Tenaglia, Pignone, Ramo di Salice, Tempesta, Vento di Marzo, Paludi Shëngjin, Pelivan, Tribuno. «Una sorta di GoogleMaps rudimentale… Turno di sorveglianza iniziato alle ore 14.30 del 19.02.1952 in via Bardhyl, civico 42. L’oggetto è uscita di casa all’ora indicata…». E così via, implacabilmente minuziosi, per anni e anni, h24. L’autrice, però, con ironia e umano afflato riesce a stemperare l’emotività che suscita questa barbarie, così come altrettanto equilibrata è nei passaggi su Enver Hoxha, compagno di studi del nonno Asllan a Parigi.
La Storia è un tritacarne che non restituisce mai quello che macina. Non concede niente a nessuno, tanto meno ai vinti. Se vuoi qualcosa, gliela devi strappare con l’arte. Anche la dignità. Non conta che tu l’abbia onorata in vita. Ieri come oggi e domani ancora, gli sconfitti hanno rovesciato e rovesceranno silenzi e verdetti della Storia solo con la magia della scrittura, facendo della vicenda di uno la vicenda di tutti. Lea Ypi riesce in questa traslazione perché con sofferta fierezza e acutezza filosofica – da Aristotele a Kant ed Hegel – delle vite raccontate ha cercato il senso morale.
«Dev’esserci una speranza da qualche parte, tra memoria e immaginazione, in una dimensione che va creata più che trovata. Forse assume la forma delle fede nel potere di riscatto dell’arte, nella sua capacità di mediare tra sentimenti e imperativi morali».
Dignità tiene viva questa speranza e fino all’ultima pagina non smette di sorprendere e appassionare.
Lea Ypi, Dignità, Feltrinelli, traduzione di Elena Cantoni




